“Le azioni di Bo Xilai hanno creato gravi ripercussioni e hanno danneggiato la reputazione del Partito e dello Stato”, ha scritto la Xinhua nel comunicato che nel pomeriggio cinese ha ufficializzato l’espulsione dal Partito di Bo Xilai, ex leader del PCC di Chongqing, epurato nell’ambito del più grande scandalo politico negli ultimi vent’anni. In un comunicato successivo l’agenzia di stampa ufficiale ha inoltre finalmente tolto il velo al mistero delle date durante le quali si svolgerà il diciottesimo congresso del PCC.

L’8 novembre cominceranno gli incontri ai vertici per sancire definitivamente il passaggio politico in Cina. Nel pomeriggio cinese arriva dunque l’epilogo della spy story che ha coinvolto l’ex “nuovo Mao”, finito sotto indagine e ora in procinto di essere processato: avrebbe ricevuto mazzette, ostacolato le indagini sul caso della morte dell’uomo di affari britannico Heywood (per cui è stata condannata all’ergastolo la moglie) e “intrattenuto improprie relazioni con donne”.

Stando al comunicato della Xinhua, ci sarebbero inoltre altre indizi che farebbero credere alla commistione di Bo Xilai con altri reati. Si tratta dell’ultima fase dello scandalo cominciato nel febbraio scorso, quando Wang Lijun, capo della polizia di Chongqing e braccio destro di Bo Xilai, si era recato al consolato statunitense di Chengdu, chiedendo asilo politico.

Un evento che ha creato un effetto domino: l’ex poliziotto è stato poi preso in consegna dalle autorità di Pechino, Bo Xilai è stato estromesso dalle cariche per gravi violazioni disciplinari e la moglie è stata accusata dell’omicidio di Neil Heywood, uomo d’affari britannico, trovato morto nel novembre scorso in un albergo a Chongqing. Secondo le accuse la moglie avrebbe ucciso il britannico per questioni legate all’incolumità del figlio e Bo Xilai avrebbe provato a coprire il delitto.

Questa la versione ufficiale delle autorità cinesi, che nasconde però la valenza politica dell’intero scandalo. Bo Xilai, infatti, durante il suo regno a Chongqing aveva saputo creare una nuova immagine di leader, attirando intorno a sé quella che è stata definita la “sinistra” cinese, finendo per dare vita ad un modello, chiamato “modello Chongqing” che raffigurava un tentativo di indirizzare il corso politico ed economico del gigante asiatico.

Un modello fatto di intervento statale nell’economia e controllo ideologico con l’ausilio del ricordo della Rivoluzione Culturale. “Canta il rosso e picchia il nero”, lo slogan: insieme alle canzoni rosse, ai messaggi con frasi del Grande Timoniere, Bo Xilai a Chongqing aveva avviato una violenta campagna contro la mafia locale. Processi che avevano portato a migliaia di arresti, condanne, anche capitali, e velate critiche di metodi poco ortodossi, indirizzati proprio nei confronti di Bo Xilai e il suo braccio destro, Wang Lijun.

Secondo i detrattori di Bo, tutta la campagna contro le triadi di Chongqing sarebbe stato infatti solo un metodo per eliminare i propri avversari politici. In pochi anni, l’affabile Bo Xilai, capace di costruirsi un’immagine mediatica di leader popolare e in contro tendenza rispetto al grigiume burocratico consueto dei capi di partito cinese, si era ritagliato uno spazio importante nella politica locale, divenendo un serio candidato ad un posto nella Commissione Permanente del Politburo.

Un fascino popolare e mediatico, unito ad un egocentrismo piuttosto spinto, che non sono piaciuti mai alla leadership collegiale del Partito Comunista, come ha dimostrato il pronto utilizzo dello scandalo per epurarlo e portare avanti la linea, definita “riformista”, dell’ala che mal digeriva la presenza ingombrante di Bo Xilai. Per il principino Bo, si preannuncia un processo storico ed una condanna che potrebbe essere superiore ai vent’anni. La sua espulsione sarà rettificata solennemente durante la celebrazione dei suoi avversari: ovvero durante il diciottesimo congresso del PCC che segnerà il passaggio dalla quinta alla sesta generazione dei leader cinesi, pronto ad iniziare l’8 novembre.

di Simone Pieranni