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Cuba sotto assedio, l’isola soffoca senza cibo, elettricità, carburante: così la sopravvivenza passa dal mercato nero. Il reportage e il video

Scaffali vuoti, blackout, carburante e medicinali introvabili. Viaggio nell'Avana stretta nella morsa delle sanzioni dopo il bloqueo energetico
Cuba sotto assedio, l’isola soffoca senza cibo, elettricità, carburante: così la sopravvivenza passa dal mercato nero. Il reportage e il video
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No hay nada. No hay comida, no hay corriente, no hay combustible” Nelle strade dell’Avana l’assedio statunitense si riassume così: cibo, elettricità, carburante. Il resto, a Cuba, viene dopo. O non viene affatto. Spesso non servono neanche le parole perché a parlare sono gli scaffali vuoti delle bodegas statali, i quartieri al buio per giorni interi e le pompe di benzina spente. Da Miramar ad Alamar, da Cabo de San Antonio a Punta de Maisí, il ritornello rimane lo stesso: no hay. E quel “non c’è” non è un semplice lamento ma il risultato di una stretta politica e militare che, dall’inizio dell’anno, ha tagliato all’isola la sua risorsa più vitale. Dopo la cattura di Nicolás Maduro a Caracas lo scorso 3 gennaio, Donald Trump ha imposto alla perla delle Antille un “bloqueo energetico” che si va a sommare all’embargo del ’62. E così le minacce ai pochi paesi che ancora commerciavano con Cuba, primo tra tutti il Messico, hanno finito per tagliare del tutto le forniture di petrolio all’isola.

Prima del 2026, Venezuela e Messico inviavano fino a 40mila barili al giorno. Da gennaio, la marina statunitense setaccia i Caraibi: l’ultimo carico entrato è quello russo dell’Anatoly Kolodking, con 730mila barili. Insufficienti, per sfamare una popolazione di undici milioni di abitanti. Così gli “apagon”, le interruzioni della corrente, sono diventati una delle poche certezze rimaste. Dall’inizio dell’anno per tre volte “se cayò el SEN” lasciando l’isola nell’oscurità. Ed è in questo buio diventato ormai familiare che alla Fábrica de Arte, mentre l’apagón cala per l’ennesima volta il sipario, il rapper Etián Brabaje Man si rivolge al suo pubblico di giovanissimi: ”Spengono la corrente, ma non saranno mai in grado di spegnere la luce”. Nessuno sa quando la corrente tornerà, se tornerà. Calato il sole ad illuminare le strade rimangono solo i fari di qualche auto vecchio modello e le insegne al neon degli alberghi vuoti.

A mancare sono anche i beni di prima necessità. Le scorte di medicinali arrivano ogni 45 giorni. Gli scaffali sono vuoti. “Il paracetamolo arriva ma finisce subito”, dice un farmacista in Centro Havana. Stessa cosa anche nelle bodegas statali e nei letti d’ospedale. “Il bloqueo ha peggiorato tutto da gennaio. È come una catena”, ci ha detto invece il dottor Martin Rodriguez dell’Ospedale Oncologico dell’Avana. “I pazienti non arrivano perché manca carburante, ma spesso non riescono ad arrivare neanche infermieri e medici. Le terapie intensive sono ferme, così come le operazioni”. Il poco combustile che resta al governo viene gestito con parsimonia, oltre ad essere riservato alle centrali elettriche e ai tassisti statali. Sono rimasti solo quest’ultimi a mettersi in fila nelle poche stazioni di rifornimento aperte perché, come ci dice Alonso dalla sua Cadillac rosa, “lo Stato ci garantisce 20 litri al giorno per portare in giro i turisti”. Ma anche loro, come la gasolina, latitano da tempo.

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Tra nuove sanzioni e liste nere, dal 2017 Washington ha messo in fuga gli oltre 600mila visitatori statunitensi all’anno diretti verso l’isola. Nell’ultima settimana del suo primo mandato, Trump ha inserito Cuba nella lista dei paesi sponsor del terrorismo rendendo difatti impossibile effettuare le normali transizioni finanziare. A certificare il disastro è arrivato il colpo finale del 2026 quando Cuba, per l’amministrazione statunitense, è diventata una minaccia alla sicurezza nazionale. Dall’inizio dell’anno sono stati annullati circa 2mila voli internazionali. “Guarda quell’hotel” – ci dice Alonso riferendosi al Melia Cohiba, un albergo a dieci piani dell’Avana – “està vacío (è vuoto ndr)”. E poi parte il solito elenco di saracinesche abbassate. “Hotel Riveira, chiuso. Gran Aston, praticamente vuoto”. Non c’è combustile neanche per raccogliere i rifiuti. La basura si accumula ai lati delle strade e viene bruciata per impedire che diventi un’incubatrice perfetta di zanzare e insetti. Ma molte persone sono già state colpite dalla Dengue, il virus trasmesso dalle zanzare che dilagano sull’isola. Elizabeth, una sessantenne dell’Habana Vieja, ci mostra i segni delle punture. “Però non sono morta”. Ed è sempre lei a spiegarci come oramai la sopravvivenza passa per il mercato nero. Lì il paracetamolo c’è, così come la penicillina, l’aspirina, le garze, i telefoni e le batterie ricaricabili. Si trovano su gabbiette poggiate per strada, zaini portati in spalla o dentro qualche casa dove non si hanno gli occhi della strada puntati addosso. Peccato che i prezzi rimangono proibitivi per la maggior parte dei cubani. Anche la poca benzina rimasta scorre solo sottobanco, dentro un ecosistema fondato da attese interminabili, telefonate e trattative estenuanti. “Sientese”, sedetevi, ci dice Julio che vive con sua mamma Emilce. La compravendita non avviene mai per strada, ma dentro casa della gente. “Per cinque litri di benzina sono 27mila pesos”, circa 11 dollari al litro. Questo è anche il prezzo di una “vaquita”, una mucca, che sfamerebbe la sua famiglia per i prossimi mesi.

L’inflazione non risparmia nulla. “Tutto è caro, troppo caro”, dice Emilce. “Io sono in pensione, facevo la maestra e guadagnavo 4mila pesos al mese. Ma ora per comprare un pollo al mercato ne servono 3mila”. Con il bloqueo statunitense di gennaio, i prezzi sono triplicati rispetto a qualche anno fa e la moneta cubana è diventata carta straccia. Così i cubani si mettono in fila ogni mattina davanti al banco metropolitano per ritarare i pochi contanti rimasti, prima che l’inflazione si mangi pure quelli. Roberto, un ex giornalista che oggi tenta la sorte gestendo un ostello del Vedado, non si fa illusioni. “Tutte le rivoluzioni a Cuba sono cominciate d’estate, con 50° fuori la gente non ce la fa più”. Restano pochi mesi prima che l’isola soffocchi in questa stretta, a meno di un colpo di teatro: un’accelerazione aggressiva di Washington o un avanzamento dei negoziati, oggi in stallo, tra Diaz-Canel e Donald Trump.

Per Hedelberto Lopéz Blanch, analista internazionale e profondo conoscitore del patriottismo cubano, la questione è d’onore: “Gli Stati Uniti hanno una spina nel fianco e questa spina si chiama Cuba”. Dopotutto, basta guardare lo Stemma nazionale adottato nel 1848: una chiave d’oro tra la Florida e lo Yucatán. Cuba è, geograficamente e storicamente, la “Chiave del Nuovo mondo”. Con il porto di Mariel a 45 chilometri dall’Avana, l’unico con una profondità di 18 metri e capace di accogliere i giganti che attraversano il Canale, l’isola siede sull’incrocio esatto delle rotte Nord-Sud e Est-Ovest. È il pezzo di puzzle mancante, nel giardino di casa degli americani, per il controllo totale di flussi di container, migranti e narcotici. “I negoziati sono in corso, ma l’indipendenza e la sovranità del nostro paese non sono negoziabili”, continua Lopez Blanch. “Se gli Stati Uniti attaccano, Cuba risponderà con le armi. In più abbiamo tanto prestigio nel mondo e abbiamo dato tanto agli altri paesi. Perciò, in un modo o nell’altro, ci difenderemo”.

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