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Il sogno del “predominio energetico” Usa rischia di naufragare nel Golfo Persico

La politica spregiudicata del presidente Trump si sta rivelando un terribile boomerang. La crisi dei combustibili fossili originata da Hormuz avrà un effetto contrario a quello auspicato
Il sogno del “predominio energetico” Usa rischia di naufragare nel Golfo Persico
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di Roberto Iannuzzi *

Il concetto di “predominio energetico” è uno dei cardini della politica estera ed economica dell’amministrazione Trump. Esso si riferisce non soltanto alla capacità produttiva e di esportazione, ma alla possibilità di controllare infrastrutture e giacimenti, i flussi energetici mondiali e i loro punti nevralgici (i cosiddetti “chokepoint”, come i canali di Suez e Panama e gli stretti di Hormuz, Bab el-Mandeb, Malacca).

Non siamo dunque di fronte a una mera politica energetica, ma a una vera e propria strategia geopolitica, come ha scritto Diana Furchtgott-Roth, una delle “menti” dell’amministrazione che hanno elaborato questa dottrina. In patria, tale dottrina ha comportato una rinnovata scommessa su idrocarburi e nucleare, a spese delle energie rinnovabili. Con riserve tecnicamente estraibili pari a oltre 300 miliardi di barili di greggio, e circa 85 trilioni di metri cubi di gas naturale, gli Usa sono una superpotenza degli idrocarburi. La produzione petrolifera è a livelli record, mentre l’esportazione di gas naturale liquefatto (LNG) è cresciuta più del 20%.

Non solo Washington ha accresciuto la dipendenza degli alleati (orfani delle fonti russe a basso costo) nei confronti delle proprie risorse energetiche, ma vuole ostacolare la loro transizione verso le energie rinnovabili, dove la Cina occupa una posizione di leadership. La dottrina del “predominio energetico” si comprende, infatti, nel quadro della crescente competizione tecnologica fra USA e Cina. La leadership nell’intelligenza artificiale (IA) è vista dall’amministrazione come un pilastro essenziale della sicurezza nazionale americana, essendo un presupposto del predominio tecnologico, economico e militare. L’IA comporta un aumento vertiginoso del fabbisogno energetico. Di fronte all’enorme vantaggio acquisito dalla Cina nell’estrazione e trasformazione dei minerali (in particolare le cosiddette “terre rare”) essenziali per la rivoluzione dell’IA e la transizione ecologica, la Casa Bianca ha deciso di scommettere sul controllo della produzione e dei flussi energetici. Mentre gli USA sono un produttore e un esportatore netto di energia, la Cina non è completamente autosufficiente per il proprio fabbisogno.

Nel contesto di questa competizione, Washington ha compiuto due mosse drastiche negli ultimi mesi, prendendo il controllo del Venezuela, e muovendo guerra all’Iran.
Il primo è considerato il paese con le maggiori riserve petrolifere al mondo. Il secondo, non è solo ai vertici delle graduatorie mondiali per riserve di greggio e di gas, ma occupa una posizione strategica, affacciandosi sullo Stretto di Hormuz attraverso cui passa circa un quinto della produzione mondiale di petrolio ed LNG. La politica spregiudicata del presidente Donald Trump rischia però di rivelarsi un terribile boomerang.

Per rilanciare il disastrato settore energetico venezuelano sono necessari enormi investimenti per più di un decennio, in un paese potenzialmente instabile sul quale le grandi compagnie americane sono restie a scommettere. Nel Golfo, la risposta asimmetrica della Repubblica Islamica e l’inaspettata resilienza della sua leadership hanno privato la Casa Bianca di un premio paragonabile a quello venezuelano, provocando invece una crisi energetica forse più grave di quella del 1973. Washington ha dimostrato di non saper difendere i paesi produttori della penisola araba, i quali hanno tradizionalmente reinvestito gli introiti energetici nel mercato finanziario americano, sostenendo il ruolo internazionale del dollaro in cambio della protezione militare statunitense. Se la crisi dovesse persistere, per tornare ai livelli di produzione del passato nella penisola ci vorranno anni. Alcuni pozzi, quelli più vecchi e maggiormente sfruttati, potrebbero essere persi per sempre.

Il modello economico rappresentato dalle monarchie del Golfo, alleati chiave degli USA, è in ginocchio. Hormuz potrebbe restare sotto il controllo iraniano. Teheran potrebbe finire per avere un’influenza molto maggiore sulla regione. Lo shock economico sta investendo gli alleati asiatici di Washington, che assorbivano la maggior parte dei flussi provenienti dal Golfo, ed è destinata a colpire anche l’Europa provocando inflazione e soppressione della domanda, e dunque impoverimento.

La Cina ha invece maturato un’autosufficienza energetica superiore all’84%, e diversificato oculatamente le proprie fonti di approvvigionamento, anche grazie alle pipeline provenienti dalla Russia e dall’Asia Centrale. Il gasdotto Power of Siberia 2, se realizzato, porterà definitivamente in Cina il gas russo che fino a pochi anni fa alimentava l’ormai ex locomotiva tedesca. Le lungimiranti politiche cinesi permettono addirittura a Pechino di riesportare parte delle proprie risorse ad alcuni dei vicini più bisognosi ancorandoli a sé in una nuova forma di dipendenza.

La crisi dei combustibili fossili originata da Hormuz avrà paradossalmente un effetto contrario a quello auspicato da Washington, accrescendo l’interesse per le energie rinnovabili, e dando un’ulteriore spinta all’economia della Cina, che è leader nel settore. Le esportazioni cinesi di pannelli solari, batterie e veicoli elettrici sono già alle stelle. Gli Stati Uniti ricaveranno una perdita netta dalla crisi di Hormuz, perfino se dovessero giungere a un compromesso con Teheran in tempi brevi. Se invece la guerra dovesse riprendere, avrebbe effetti catastrofici per la regione e per il mondo, esacerbando ulteriormente i processi fin qui descritti.

*Autore del libro “Il 7 ottobre tra verità e propaganda. L’attacco di Hamas e i punti oscuri della narrazione israeliana” (2024).
Twitter: @riannuzziGPC
https://robertoiannuzzi.substack.com/

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