Gli Usa deportano in Congo 15 migranti sudamericani: non è una notizia, ma la fotografia di un sistema
Un aereo charter del servizio immigrazione statunitense decolla da Alexandria, in Louisiana, nel cuore della notte. A bordo, quindici persone ammanettate, alcune con le caviglie legate, che non sanno dove stiano andando. Sono peruviani, colombiani, ecuadoriani, che non hanno mai messo piede in Africa.
Dopo un lungo viaggio e scali in Africa occidentale, l’aereo tocca la pista di N’djili, l’aeroporto di Kinshasa. È il 17 aprile 2026. La Repubblica Democratica del Congo entra ufficialmente nella mappa delle espulsioni extraterritoriali dell’amministrazione Trump.
Non è una notizia di cronaca. È qualcosa di più inquietante: è la fotografia di un sistema.
Il testo dell’accordo tra Washington e Kinshasa non è mai stato reso pubblico. Il comunicato ufficiale insisteva sulla sovranità congolese e sui valori dell’ospitalità: “Questa iniziativa è stabilita nel rispetto della sovranità della RDC e resta legata ai valori dell’ospitalità”. Sottolineava che nessun onere finanziario sarebbe ricaduto sul Tesoro di Kinshasa: gli Stati Uniti avrebbero coperto i costi. Traduzione: gli americani pagano tutto, i congolesi aprono la porta. La prima ministra Judith Suminwa Tuluka, presentando l’intesa, ha commentato: “Questo è un servizio che noi rendiamo agli Stati Uniti.” Un servizio. Come se stessimo parlando di una fornitura.
La notizia dell’arrivo di cittadini latinoamericani a Kinshasa ha scatenato una reazione diplomatica immediata. Il presidente colombiano Gustavo Petro ha chiesto il rimpatrio immediato dei propri connazionali, definendo la situazione inaccettabile. Sui social ha usato la parola “ostracismo”.
Ma questa storia non comincia con quel volo. Comincia prima, l’8 febbraio 2025, quando il presidente Félix Tshisekedi scrive una lettera personale a Donald Trump chiedendo un intervento militare nel suo Paese, un patto di sicurezza per fronteggiare i gruppi armati dell’est. In cambio, offre risorse. Il sottosuolo congolese, come sapete, è tra i più ricchi del pianeta: coltan, cobalto, rame, litio (i minerali che alimentano le batterie dei veicoli elettrici, i telefoni, i chip, l’industria militare). L’accordo migratorio arriva dopo. Non è un caso. È parte di una trattativa molto più grande in cui i deportati latinoamericani sono, difficile dirlo diversamente, una merce di scambio.
Il Congo non è un caso isolato. Documenti ufficiali e analisi indipendenti mostrano che gli Stati Uniti hanno già espulso centinaia di persone verso più di venticinque paesi con i quali i deportati non hanno alcun legame: nessun passaporto, nessun visto, nessuna famiglia.
Il Camerun ha firmato un accordo segreto con Washington, rivelato dal New York Times, accettando migranti in cambio dello sblocco di 30 milioni di dollari di fondi americani destinati a un programma dell’Unhcr nel paese, congelati proprio per fare pressione su Yaoundé. Il Rwanda ha accettato di prendere fino a 250 migranti deportati dagli Stati Uniti, secondo il governo di Kigali e i media internazionali, in cambio di sostegno finanziario e politico, anche se i dettagli dei trasferimenti di denaro non sono stati resi pubblici. Nel frattempo, le Nazioni Unite documentano nella Repubblica Democratica del Congo circa nove milioni di sfollati interni, di cui circa cinque milioni nella sola regione orientale. Un paese che non riesce a gestire i propri profughi accetta di diventare deposito per quelli degli altri. In cambio di cosa, esattamente?
Paul Biya è al potere in Camerun da oltre quattro decenni. Kagame governa il Rwanda con pugno di ferro. Tshisekedi ha bisogno di sostegno americano per fronteggiare l’M23 nell’est del paese e blindare la propria posizione interna. Ognuno ha qualcosa da offrire. Ognuno ha qualcosa da ottenere.
E non finisce qui. Alcune inchieste giornalistiche negli Stati Uniti anticipano che Washington sarebbe in trattativa con Kinshasa per trasferire nella RDC oltre 1.100 afghani attualmente ospitati in un’ex base militare statunitense a Doha: ex membri delle forze speciali afghane, interpreti, familiari di militari americani e almeno quattrocento bambini. La scelta offerta loro è la Repubblica Democratica del Congo oppure quella di tornare in Afghanistan sotto i talebani.
Quello che emerge da questa serie di accordi non è una politica migratoria. È un mercato. I diritti, le protezioni legali, le convenzioni internazionali diventano variabili negoziabili, ostacoli da aggirare con un volo notturno e un visto da sette giorni.
Per la RDC il calcolo ha una sua logica. Kinshasa ha bisogno di Washington. Ha bisogno di sostegno diplomatico militare ed economico; il cosiddetto “accordo migratorio” è un tassello di questa partita. Ma è un tassello che ha un costo umano preciso: quindici persone ammanettate su un aereo che non avevano idea di dove stessero andando.