Quello che non sapete su Gaza, anno 2009
I crimini di Israele, compreso l’assassinio di giornalisti, non sono purtroppo una sorpresa per chi segue da tempo le vicende mediorientali. Né i giornali occidentali furono sempre pupazzi nella mani dell’hasbara: nel 2009, per esempio, il New York Times pubblicò un articolo di Rashid Khalidi che resta attualissimo. Khalidi era professore di Studi arabi moderni alla Columbia: lasciò la cattedra lo scorso agosto quando la Columbia adottò la definizione Ihra che considera “antisemitismo” anche le legittime proteste di professori e studenti contro le politiche genocidarie del governo Netanyahu. Il suo ultimo saggio (The Hundred Years’ War on Palestine, pubblicato da Laterza un anno fa) racconta il conflitto israelo-palestinese come una lunga serie di episodi di colonizzazione e resistenza.
Quello che non sapete su Gaza (Rashid Khalidi, NYT, 7 gennaio 2009)
Quasi tutto quello che vi è stato fatto credere su Gaza è sbagliato. Al racconto della stampa sull’attacco di Israele alla Striscia di Gaza mancano alcuni punti essenziali.
Il popolo di Gaza
La maggioranza di chi vive a Gaza non è lì per scelta. Un milione e cinquecentomila persone stipate nelle 140 miglia quadrate della Striscia di Gaza fanno parte per lo più di famiglie provenienti da paesi e villaggi attorno a Gaza come Ashkelon e Beersheba. Furono spinte a Gaza dall’esercito israeliano nel 1948.
L’occupazione
Gli abitanti di Gaza vivono sotto occupazione israeliana dalla Guerra dei Sei Giorni (1967). Israele è tuttora considerata una potenza occupante, anche se ha ritirato truppe e coloni dalla Striscia nel 2005. Israele controlla ancora l’accesso all’area, l’import e l’export, e i movimenti di persone in entrata e in uscita. Israele controlla lo spazio aereo e le coste di Gaza, e i suoi militari entrano nell’area a piacere. Come forza di occupazione, Israele ha la responsabilità di garantire il benessere della popolazione civile della Striscia di Gaza (Quarta Convenzione di Ginevra).
Il blocco
Il blocco israeliano della Striscia, con l’appoggio degli Stati Uniti e dell’Unione Europea, si è fatto sempre più serrato da quando Hamas ha vinto le elezioni per il Consiglio Legislativo Palestinese (gennaio 2006). Carburante, elettricità, importazioni, esportazioni e movimento di persone in ingresso e in uscita dalla Striscia sono stati progressivamente ridotti, causando problemi che minacciano la sopravvivenza (igiene, assistenza medica, approvvigionamento idrico e trasporti). Il blocco ha causato disoccupazione, povertà e malnutrizione. Questo equivale a una punizione collettiva – col tacito sostegno degli Stati Uniti – inflitta a una popolazione civile per aver esercitato i propri diritti democratici.
Il cessate-il-fuoco
Togliere il blocco, insieme con la cessazione del lancio dei razzi, era uno dei punti chiave del cessate il fuoco di giugno fra Israele e Hamas. L’accordo portò a una riduzione dei razzi lanciati dalla Gaza: dalle centinaia di maggio e giugno a meno di venti nei quattro mesi successivi (secondo stime del governo israeliano). Il cessate il fuoco fu interrotto quando le forze israeliane lanciarono un imponente attacco aereo e terrestre ai primi di novembre; sei militanti di Hamas vennero uccisi.
Crimini di guerra
Colpire civili, sia da parte di Hamas che di Israele, è potenzialmente un crimine di guerra. Ogni vita umana è preziosa. Ma i numeri parlano da soli: circa 700 palestinesi, per lo più civili, sono stati uccisi da quando è esploso il conflitto alla fine dello scorso anno. Per contro, sono stati uccisi 12 israeliani, per la maggior parte soldati. Il negoziato è un modo molto più efficace per affrontare razzi e altre forme di violenza. Questo sarebbe successo se Israele avesse rispettato i termini del cessate il fuoco di giugno e revocato il blocco della Striscia di Gaza. Questa guerra contro la popolazione di Gaza non riguarda in realtà i razzi. Né riguarda il “ripristino della deterrenza israeliana”, come la stampa israeliana vorrebbe farvi credere. Molto più rivelatrici le parole dette da Moshe Yaalon, allora capo delle Forze di Difesa israeliane, nel 2002: “Occorre far capire ai palestinesi, nei recessi più profondi della loro coscienza, che sono un popolo sconfitto”.
(2. Fine)