L’anno nero di Medio Oriente e Nordafrica: nel rapporto Amnesty le notizie oscurate dai conflitti
Questo blog informa settimanalmente da 14 anni su quanto accade di rilevante, dal punto di vista dei diritti umani, nell’area Medio Oriente (o Asia sudoccidentale) e Africa del Nord. Ora che è appena stato pubblicato il Rapporto di Amnesty International sulla situazione dei diritti umani nel mondo, vogliamo evidenziare le notizie oscurate dai conflitti, dai crimini di diritto internazionale e dalle pratiche autoritarie in aumento in tutta la regione.
Durante il 2025 diversi Stati della regione hanno esteso il bavaglio al dissenso, anche online. In Tunisia, le autorità hanno intensificato la repressione contro persone che difendono i diritti umani, ong e oppositori politici. A novembre, una corte d’appello di Tunisi ha confermato le condanne fino a 45 anni di carcere al termine del procedimento giudiziario noto come il “caso del complotto”. In Egitto le autorità hanno continuato a soffocare le associazioni della società civile e i media indipendenti e a punire le critiche verso il governo. Le forze di sicurezza hanno arbitrariamente detenuto persone come giornalisti, ricercatori e dissidenti e le hanno sottoposte a sparizioni forzate, detenzioni senza contatti col mondo esterno e torture.
Una massiccia repressione del dissenso ha continuato a dilagare anche negli Stati del Golfo. L’Arabia Saudita ha fortemente limitato il diritto alla libertà d’espressione e d’associazione: persone che avevano espresso critiche al governo o impegnate nella difesa dei diritti umani hanno subito lunghe pene detentive, processi profondamente viziati, divieti di viaggio e anche condanne a morte. Il vicino Oman ha introdotto una nuova legge sulla cittadinanza che consente di revocarla alle persone che “offendono” lo stato o il sultano o che appartengono a un gruppo, partito od organizzazione che abbraccia princìpi che “danneggiano gli interessi” del paese.
Anche la libertà di stampa ha subito ulteriori limitazioni. In Iraq, le autorità hanno utilizzato vaghe norme di legge che criminalizzano i “contenuti indecenti” e le violazioni della “morale pubblica” per colpire voci critiche, l’attivismo per i diritti umani e l’informazione indipendente. In Giordania la Commissione per i mezzi d’informazione ha bloccato 12 portali di media locali ed esteri per “avere diffuso veleno mediatico e attaccato il paese e i suoi simboli nazionali”. Secondo il Centro palestinese per lo sviluppo e le libertà dei media, 12 giornalisti e giornaliste sono stati trattenuti dalla polizia palestinese per periodi compresi da poche ore a due settimane, durante i quali sono stati interrogati in relazione al loro lavoro. Nella Regione del Kurdistan iracheno, il noto giornalista Sherwan Sherwani è stato condannato a un nuovo periodo di carcere di quattro anni e sei mesi sulla base di accuse inventate, pochi giorni prima della prevista scarcerazione ad agosto.
In tutta la regione le autorità hanno represso proteste pacifiche vietandole o disperdendole con la forza. In Algeria, la polizia ha arrestato manifestanti pacifici durante le proteste e gli scioperi per i diritti dei lavoratori dell’inizio del 2025.
I sistemi di giustizia penale sono stati ridotti a strumenti repressivi dei governi. Oltre al già citato caso della Tunisia, va segnalato che in Egitto e Libia, nonostante alcune scarcerazioni dovute da tempo, migliaia di persone sono rimaste arbitrariamente detenute senza base legale o in seguito a processi iniqui. Avvocati difensori di oppositori politici e di vittime di violazioni dei diritti umani sono stati presi di mira con indagini basate su accuse pretestuose come quella di “diffusione di notizie false” o come in Egitto, di “terrorismo”.
In Giordania, migliaia di persone sono rimaste in detenzione amministrativa in quanto considerate “pericolose per il popolo”. Le autorità giudiziarie dell’Algeria hanno ripetutamente violato il diritto a un processo equo portando in tribunale persone accusate senza informare i loro legali e sottoponendole a udienze accelerate. Donne e ragazze hanno continuato a subire discriminazioni nella legge e nella prassi in termini di diritti di libertà di movimento, espressione, autonomia sul proprio corpo, eredità, divorzio, cariche politiche e opportunità d’impiego. La violenza di genere è rimasta un fenomeno radicato e diffuso, così come i femminicidi. Persone lesbiche, gay, bisessuali, transgender e intersessuate sono state arrestate, processate e condannate per nient’altro che relazioni omosessuali consensuali.
Il codice penale dello Yemen criminalizza, anche con la pena di morte, le relazioni omosessuali consensuali e il sesso anale. In Algeria e Marocco, le autorità hanno continuato a dare la caccia ad adulti che avevano avuto rapporti sessuali; in Tunisia, i procedimenti giudiziari per reati di questo tipo sono aumentati.