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Un secolo dopo, ci risiamo. Italia e Germania a braccetto dalla parte sbagliata della Storia

Il 21 aprile il Consiglio Affari esteri dell’Ue era chiamato a sospendere l’Accordo di associazione con Israele. Roma e Berlino hanno scelto di opporsi
Un secolo dopo, ci risiamo. Italia e Germania a braccetto dalla parte sbagliata della Storia
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di Angelo Palazzolo

La Germania nazista e l’Italia fascista, dagli anni 20 fino a quando non furono fermate dagli alleati (Gran Bretagna, Stati Uniti e Unione Sovietica), fecero sfoggio del peggio dell’umanità. Dalle guerre di aggressione di Adolf Hitler, giustificate in nome dello “spazio vitale” (Lebensraum) per il popolo tedesco (che riteneva di averne diritto in quanto popolo “eletto” — ops, scusate — “ariano”), alle Leggi fascistissime che di fatto abolirono le libertà democratiche in Italia, fino all’orrore assoluto dell’Olocausto. Progettato e realizzato dai nazisti, ma avallato e supportato concretamente anche dall’Italia fascista. Ora, un secolo dopo, ci risiamo. Italia e Germania, di nuovo a braccetto a strizzare l’occhio ai criminali di turno, non più Hitler, Himmler, Goebbels ma Netanyahu, Ben-Gvir, Smotrich.

Mentre le violazioni del diritto internazionale e dei diritti umani da parte di Israele vengono documentate da una pluralità di fonti (Nazioni Unite, Corte Internazionale di Giustizia, Corte Penale Internazionale, Servizio europeo per l’azione esterna (SEAE), una lista lunghissima di ong, associazioni, agenzie, giornalisti e osservatori indipendenti) e mentre sempre più nazioni chiedono di dare un segnale di giustizia e umanità in quest’epoca di soprusi e violenza; Italia e Germania, con inquietante familiarità, tornano a schierarsi dalla parte sbagliata della Storia.

Il 21 aprile, a Lussemburgo, il Consiglio Affari esteri dell’Unione europea era chiamato a una decisione tutt’altro che simbolica: sospendere l’Accordo di associazione con Israele.

Non si trattava di una scelta politica “coraggiosa”, ma della semplice applicazione di una clausola precisa. L’articolo 2 dell’Accordo tra Ue e Israele stabilisce infatti che “le relazioni tra le parti, così come tutte le disposizioni del presente accordo, si fondano sul rispetto dei diritti umani e dei principi democratici, cui si ispira la loro politica interna e internazionale e che costituisce elemento essenziale dell’accordo”. Una formulazione chiarissima.

Eppure, quella sospensione non è arrivata. Nonostante la maggioranza degli Stati membri fosse favorevole, Italia e Germania hanno scelto di opporsi, ed essendo due “grandi” Paesi, il loro veto è stato sufficiente ad impedire che l’Unione europea desse seguito a un principio sacrosanto che essa stessa dichiara fondante.

A giustificare questo veto è intervenuto il ministro Antonio Tajani, che ha spiegato: “Meglio sanzionare individualmente i responsabili, penso ai coloni violenti, e rafforzare le sanzioni (…) Non credo che bloccare uno strumento commerciale sia uno strumento utile perché si va a colpire la popolazione israeliana che non ha nulla a che vedere, spesso, con i fatti che commettono i militari e vengono addossati al governo”.

Allora, perché, ministro Tajani, imponiamo sanzioni alla Russia? Non colpiscono anch’esse la popolazione russa? Forse questa è corresponsabile delle azioni dei propri militari o del proprio governo? Se poi si sostiene che la Russia non è una democrazia, mentre Israele lo è, il ragionamento si complica ulteriormente: in un sistema democratico, infatti, il rapporto tra governo e popolazione implica per quest’ultima un livello di responsabilità più alta rispetto alle più limitate responsabilità che possono avere le popolazioni in un regime autoritario che reprime il dissenso con la forza.
Eppure i pacchetti di sanzioni per la Russia sono a quota venti e per Israele a zero.

Un’ultima considerazione. Le sanzioni alla Russia, il Paese più esteso al mondo, hanno mostrato in questi anni un’efficacia limitata, mentre noi le stiamo pagando molto care. Al contrario, misure analoghe nei confronti di Israele — un Paese di dimensioni ridotte e fortemente dipendente dall’interscambio commerciale con l’Unione Europea — avrebbero un impatto ben più incisivo, tale da costringere rapidamente il governo di Benjamin Netanyahu a confrontarsi – finalmente – con il rispetto del diritto internazionale e dei diritti umani.

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