Dopo mesi di promesse e rinvii, iniziano, finalmente, a “circolare” (una pubblicazione e discussione online sarebbe stata una trovata troppo innovativa per un decreto sull’innovazione) le prime bozze del Decreto Digitalia che dovrebbe essere discusso e varato nel Consiglio dei Ministri del prossimo 14 settembre.

La montagna ha partorito un topolino. E’ questo il più lusinghiero giudizio che si può esprimere sul testo del provvedimento, straordinariamente lontano dalle peggiori attese e ben lungi dal giustificare il tanto rumore e clamore con il quale è stato sin qui annunciato. Poche – e si tratta di un generoso eufemismo – idee innovative, niente soldi ed una caterva di rinvii a disposizioni e decreti attraverso i quali, nei prossimi mesi – un nuovo Governo – se vorrà, potrà rendere concrete le misure per l’attuazione dell’Agenda digitale italiana che il super ministro, Corrado Passera è stato in grado di abbozzare nel suo “decretino”.

Un provvedimento del quale – se il contenuto del Decreto sarà quello che emerge dalle bozze in circolazione e delle quali Il Fatto è in grado di pubblicarne una – si sarebbe, tranquillamente, potuto fare a meno, accontentandosi della norma programmatica sull’esigenza di attuare l’agenda digitale italiana già presente nel nostro Ordinamento sin dal febbraio 2012. A leggere la bozza del provvedimento viene davvero da chiedersi come si siano impiegati gli ultimi sei mesi ed a cosa Passera ed i suoi abbiano lavorato.

Un mini- decreto – se non fosse per i 50 articoli che lo compongono – che si limita a ri-programmare idee vecchie di anni e che, sin qui, sono rimaste inattuate o si sono, comunque, rivelate inutili o insufficienti per il processo di modernizzazione e digitalizzazione del Paese.

A giustificare un giudizio tanto severo c’è, innanzitutto, una certezza inoppugnabile: il giorno dopo l’entrata in vigore del Decreto non cambierà assolutamente nulla. Tanto che viene da chiedersi quale sia l’esigenza di varare un decreto legge per introdurre nell’ordinamento disposizioni che sono pressoché integralmente prive di un’immediata applicazione.

Certo nessuno di aspettava che il decantato Decreto Digitalia dotasse l’esecutivo di una bacchetta magica per trasformare il Paese da fanalino di coda europeo dell’innovazione in leader del digitale e della modernità ma, probabilmente, dopo una così lunga gestazione e tanti annunci e promesse, era lecito aspettarsi di vedere almeno qualche timido segnale di “rilancio digitale” del Paese. Non sarà così.

Nessuna seria e concreta soluzione per l’annosa questione della cronica ed ormai intollerabile assenza di un’adeguata infrastruttura di accesso a Internet veloce. Sembra quasi che il ministro Passera abbia fatto tesoro delle parole del numero uno di Telecom, Franco Bernebé che, nei giorni scorsi – in un assai poco condivisibile ragionamento pro domo sua contrabbandato per un discorso nell’interesse del Paese – ha detto che l’infrastruttura di banda larga non sarebbe un nostro problema giacché gli italiani – cittadini, amministrazioni e imprese – non sanno che farsene di internet.

La rivoluzione digitale della pubblica amministrazione è affidata – in via pressoché esclusiva – ad un vecchio ed inossidabile amore dell’ex ministro Brunetta: la posta elettronica certificata. Tutti gli italiani, potranno dotarsi di un indirizzo di posta elettronica certificata ed eleggere, presso tale indirizzo, il proprio domicilio informatico. Non è esattamente un’iniziativa rivoluzionaria giacché la prima norma che stabilisce tale principio è datata 2005.

Destinate a rimanere deluse anche le tante aspettative sull’open data, la politica di pubblicazione e diffusione dei dati della pubblica amministrazione – anche per finalità commerciali – che in decine di Paesi al mondo, dagli Stati Uniti di Obama alla vicina Francia, sta producendo straordinari risultati sia in termini di trasparenza dell’amministrazione che di sviluppo della piccola e media impresa.

Non accadrà in Italia dove, a dispetto delle tante promesse, il Decreto si limita a contenere la definizione di “dati di tipo aperto” ed ad imporre alle amministrazioni di scegliere se, quali e quanti dei propri dati porre a disposizione dei cittadini e delle imprese in modalità Open Data. Qualche modesta novità in arrivo sul versante della “scuola digitale” ad opera del ministro Profumo e pochi segnali di modernità nel mondo della sanità, frutto, anche in questo caso, di una penna diversa rispetto a quella del Ministro Passera.

Difficile essere indotti a rivedere il giudizio sul provvedimento per effetto della norma che – sempre rinviando ad un decreto che verrà – attribuisce un contributo di 1000 euro (non cercate nessuno zero in più perché non lo trovereste) alle micro e piccole imprese ed una detassazione – la cui percentuale è ancora da determinarsi – per i ricavi da commercio elettronico internazionale. Difficile, allo stesso modo, credere che – con un Decreto come quello che sta per essere varato – il nostro Paese sarà davvero in grado di attrarre investimenti esteri, grazie al “Desk Italia”, lo sportello che dovrebbe essere istituito – neppure a dirlo – con un Decreto del Presidente del Consiglio dei Ministri, chissà se e chissà quando.

Tutto da scoprire se, almeno, il sistema di finanziamento delle start-up innovative – ad onor del vero ancora ampiamente da costruire attraverso provvedimenti che verranno – funzionerà. Se il decreto rappresenta il meglio dell’impegno del Governo per la modernizzazione e l’innovazione del Paese, c’è da augurarsi che questa parentesi tecnica finisca al più presto e che nessuno dei suoi protagonisti abbia l’ardire di candidarsi alla guida del Paese perché ci condannerebbe all’esilio analogico in un mondo digitale.