Querele temerarie, tempo scaduto: l’Italia non ha recepito la direttiva Ue. Le associazioni scrivono a Nordio
Tempo scaduto, l’Italia è ufficialmente in ritardo nel recepimento della direttiva Ue contro le querele temerarie. Non solo la proposta del governo si limita a recepire le indicazioni sui soli casi transfrontalieri senza prevedere ulteriori protezioni, ma neppure viene rispettato il termine dei due anni richiesto dall’Unione europea. La cosiddetta legge Daphne, in memoria della giornalista d’inchiesta Daphne Caruana Galizia al momento viene ignorata dalle istituzioni italiane. Per questo CASE Italia – gruppo di lavoro di 17 organizzazioni della società civile (da Osservatorio Balcani Caucaso a The Godd Lobby e Amnesty International) – ha scritto una lettera aperta al ministro della Giustizia Carlo Nordio e al viceministro Francesco Paolo Sisto: “Una trasposizione tardiva e minimale”, si legge nel documento, “compromette l’efficacia stessa della Direttiva. In assenza di un intervento ambizioso e completo, la sua attuazione potrebbe ridursi a un adempimento formale privo di impatto reale”.
In Italia, nonostante quanto dichiarato dalla stessa presidente del Consiglio nei mesi scorsi, non esiste una legislazione che tutela i cittadini dalle azioni legali contro la partecipazione pubblica, quelle che in inglese vengono chiamate con l’acronimo di SLAPP (Strategic Lawsuits Against Public Participation). Una lacuna molto grande se si pensa che, proprio il nostro Paese, per il secondo anno consecutivo è stato quello con più querele bavaglio recensite dalla coalizione CASE: 26 i casi segnalati nel 2023 e 21 nel 2024. Dati analoghi da quelli raccolti dal consorzio Media Freedom Rapid Response (MFRR) restituiscono un quadro analogo: nei sei anni di monitoraggio sono state registrate 112 allerte legali in Italia, di cui il 33% per diffamazione, il 28,6% sotto forma di minaccia di azione legale e il 13,4% in sede civile. Nel 44,6% dei casi le iniziative risultano promosse da attori politici. Ed è in questo contesto che l’esecutivo ha comunque deciso di non estendere le tutele previste dalla direttiva Ue – limitata ai casi transfrontalieri – anche ai casi italiani, al contrario di quanto suggerito e sollecitato da due raccomandazioni della commissione Ue (2022) e del Consiglio d’Europa (2024).
“Il fenomeno SLAPP in Italia”, ha commentato la portavoce della coalizione in Italia Sielke Kelner, “è diventato un automatismo dell’élite politica ed economica che mira a mettere a tacere le critiche provenienti dal settore del giornalismo d’inchiesta, dell’attivismo e persino della satira. Grave che a fronte della diffusione del fenomeno nel paese, la trasposizione della direttiva UE non figuri tra le priorità dell’agenda del governo, che ad oggi non ha intrapreso nessun passo per il recepimento. Quando esponenti delle istituzioni e grandi aziende ricorrono al giudice civile o penale per rispondere a una critica, una battuta, un’inchiesta o una causa per la giustizia climatica, la conseguenza è che la prossima persona ci penserà due volte prima di parlare. È esattamente questo il danno strutturale che la Direttiva europea chiede agli Stati membri di prevenire”.
A marzo 2026 il Parlamento ha approvato una legge delega perché il governo proceda al recepimento della direttiva, ma senza che ci sia spazio per ulteriori interventi. Nella lettera a ministro e vice, la coalizione CASE Italia propone di aprire un tavolo con la società civile e valutare modifiche. Chiedono di: estendere le garanzie procedurali a tutti i casi di SLAPP e a tutti i procedimenti (civili, penali e amministrativi) indipendentemente dalla natura transfrontaliera o domestica della controversia; poi
introdurre un meccanismo di archiviazione anticipata di tutti i casi di SLAPP; istituire un limite massimo all’entità delle richieste economiche di risarcimento del danno; prevedere il risarcimento dei danni materiali e immateriali per i bersagli di SLAPP; definire sanzioni efficaci e proporzionate per scoraggiare gli autori seriali di azioni temerarie; collocare l’onere della prova in capo al ricorrente, non sul bersaglio dell’azione. “Non si tratta di fare un favore alla società civile“, chiudono, “ma di non disertare uno standard europeo che essa stessa, in sede Ue, ha contribuito a costruire”. Intanto, attendono almeno una risposta.