La parola “licenziamenti” non la vuole neppure pronunciare. Ma “se ci bloccano la produzione la prospettiva si complica” perché “dire no all’attività produttiva vuol dire togliere linfa vitale all’azienda. Viene meno la ragione stessa dell’esistenza dell’Ilva. E poi banalmente, se non produco come faccio a pagare 12mila persone?”. Così il presidente dell’Ilva, Bruno Ferrante, in un colloquio con La Stampa sottolinea che “non ce l’aspettavamo assolutamente, per noi è una doccia fredda” riferendosi all’ordinanza interpretativa del gip di Taranto che ieri di fatto lo ha escluso dalla gestione dell’impianto finito inparte sotto sequestro per disastro ambientale. “A questo punto è chiaro che una parte dei nostri interlocutori vuole farci chiudere” ma dice l’ex prefetto di Milano “andremo avanti fino alla fine”.

“Il mio compito vero – spiega Ferrante – è cercare di trovare una soluzione ragionevole per salvare l’azienda. Io ho sempre rispettato la magistratura” ma “in questo caso credo che fermare la produzione non si per nulla ragionevole. Registro in tutti quelli con cui ho parlato un enorme sentimento di sorpresa, dal ministro Clini al presidente della Regione Vendola ai sindacati…”. Perché si tratta “di un provvedimento insostenibile nei fatti. Se la mia persona serve a rendere più forti le ragioni del dialogo – osserva – bene. Però provvedimenti così drastici aumentano la tensione e rendono tutto più difficile”. 

Anche il ministro Corrado Clini da giorni chiede ragionevolezza. E in una intervista al Corriere ribadisce: “Quando si dice blocchiamo la produzione bisogna assumersene la responsabilità” perchè “se chiudiamo la produzione chi fornirà l’acciaio per l’economia italiana? Chi ci guadagna? L’Italia ci perde mentre alla finestra mi pare già di vedere i tanti competitori europei, per non parlare dei cinesi, che ne trarrebbero di sicuro un grande vantaggio” osserva il responsabile dell’Ambiente. Clini sottolinea di non voler “essere polemico col giudice di Taranto” però, aggiunge, “sono preoccupato che il piano di risanamento dell’Ilva adesso venga interrotto e si ricominci da capo con i contenziosi interminabili del passato. Bloccare la produzione vuole dire chiudere lo stabilimento, c’è poco da dire, e io francamente non la trovo la scelta migliore”. Peraltro, l’emergenza ambientale “non si affronta con la carta da bollo o mettendo un custode giudiziario davanti ai cancelli di un impianto chiuso”. In più “il risanamento degli impianti industriali va fatto da chi li conosce, altrimenti sui compie un altro dei capolavori della burocrazia italiana che affida compiti in materie specifiche a esperti non sempre troppo esperti”. Infine sull’impatto degli impianti funzionanti nel 2012, secondo Clini “sarebbe opportuno avere il parere dell’Istituto superiore di sanità”.