La Camera ha approvato i primi articoli della legge per la lotta alla corruzione. L’articolo 1 (passato con 501 sì e 2 no) prevede l’istituzione di un’Autorità nazionale per contrastare il fenomeno nella Pubblica Amministrazione e un Piano per prevenirlo. L’articolo 3 ha come obiettivo la trasparenza delle nomine dei dirigenti della Pubblica amministrazione. Tra l’altro prevede, che al fine di garantire l’esercizio imparziale delle funzioni amministrative e di rafforzare la separazione e la reciproca autonomia fra organi di indirizzo politico e organi amministrativi, le amministrazioni pubbliche e le società partecipate e gli altri enti pubblici comunichino al Dipartimento per la funzione pubblica tutti “i dati utili a rilevare nelle posizioni dirigenziali attribuite a persone individuate discrezionalmente dall’organo di indirizzo politico senza procedure di selezione”. I dati forniti confluiscono nella relazione annuale al Parlamento.

Con un emendamento a firma Daniela Melchiorre, che l’Aula ha approvato, si prevede inoltre che al dipartimento della funzione pubblica debbano essere inviati anche i curricula e i titoli dei dirigenti in questione. L’assemblea di Montecitorio tornerà a riunirsi domattina per riprendere con l’esame dell’articolo 2 del disegno di legge che non è stato votato a causa di alcuni emendamenti che saranno di nuovo valutati nei comitati dei 9 delle commissioni riunite, Affari Costituzionali e Giustizia.

Dopo che ieri l’onorevole Francesco Paolo Sisto (Pdl) ha presentato di nuovo l’emendamento “Cancella Ruby”, neanche oggi è mancato lo spazio per la discussione tra le forze politiche. In particolare oggetto del contendere è stato un emendamento presentato dal governo che è stato contestato sia dalla maggioranza sia dall’opposizione. Si tratta della norma che prevederebbe l’impossibilità per un candidato o per un ex parlamentare di ricoprire incarichi dirigenziali nella Pubblica Amministrazione se non dopo uno stop di tre anni. Polemiche e perplessità nel cosiddetto “Comitato dei Diciotto” delle commissioni Giustizia e Affari Costituzionali della Camera. Così per il momento è stata accantonata.

Querelle anche sul divieto per i condannati anche in primo grado di ricoprire incarichi dirigenziali nella Pubblica Amministrazione, una proposta di modifica presentata ieri dallo stesso ministro per la Funzione Pubblica Filippo Patroni Griffi che prevede in sostanza che si dia una delega al governo per disciplinare i casi di non conferibilità e di incompatibilità degli incarichi dirigenziali. Tra questi, si fanno i casi dei condannati e di coloro che sono già stati eletti magari parlamentari. Per quanto riguarda i primi, la norma del governo prevede che non possano aspirare a incarichi dirigenziali coloro che sono stati condannati, anche con sentenza non passata in giudicato, per i reati contro la pubblica amministrazione. Non potranno diventare dirigenti anche coloro che per un periodo di tempo non inferiore ai tre anni “abbiano svolto incarichi o cariche in imprese sottoposte a regolazione, a controllo o a contribuzione economica da parte dell’amministrazione che conferisce l’incarico”.

“No all’incarico pubblico ai politici ‘scartati’“: protestano tutti. Nell’altra parte della norma si stabilisce invece che non possono aspirare ai vertici della pubblica amministrazione i soggetti che “per un adeguato periodo di tempo non inferiore ai tre anni antecedenti al conferimento, abbiano fatto parte di organi di indirizzo politico, abbiano rivestito incarichi pubblici elettivi o siano stati candidati agli stessi incarichi escludendo in ogni caso il conferimento di incarichi dirigenziali a coloro che presso le medesime amministrazioni abbiano svolto mansioni di indirizzo politico o incarichi pubblici elettivi nel periodo immediatamente precedente al conferimento dell’incarico comunque non inferiore ai tre anni”. La valutazione dovrà essere fatta in rapporto “alla rilevanza degli incarichi di carattere politico svolti e all’ente di riferimento”.

Incandidabilità dei condannati. Chi è stato condannato con sentenza passata in giudicato anche per reati contro la Pubblica Amministrazione non potrà più essere candidato in Parlamento. Esattamente come avviene per chi è candidato alle elezioni amministrative. E’ la norma che verrebbe applicata subito a deputati e senatori, in attesa della delega data al Governo a disciplinare la materia, se l’emendamento presentato dagli Udc Pierluigi Mantini e Mario Tassone venisse approvato. In sostanza si propone di applicare anche ai parlamentari la legge 55 del 19 marzo 1990: quella che si applica ai candidati nelle elezioni regionali, provinciali, comunali e circoscrizionali. Tale norma prevede che non possano presentarsi alle amministrative tutti coloro che abbiano riportato condanne definitive per reati gravi come mafia, traffico illecito di sostanze stupefacenti, detenzione armi, favoreggiamento.

Ma è escluso dalla competizione elettorale anche chi ha commesso reati contro la Pubblica Amministrazione tipo concussione e corruzione; chi è stato condannato al carcere per più di sei mesi per delitti commessi con abuso di potere o violazione dei doveri inerenti a una pubblica funzione o a un pubblico servizio; chi è stato chiamato a scontare una pena non inferiore a due anni per delitto non colposo. La legge numero 55, rivista e corretta nel tempo, stabilisce anche che non potranno partecipare alle elezioni amministrative coloro nei cui confronti sono state applicate misure di prevenzione perchè indiziati di appartenere ad un’associazione mafiosa.

Stop ai regali agli impiegati pubblici. Altro emendamento potenzialmente popolare, ancora presentato dal centrista Mantini, è quello che prevede che i dipendenti pubblici non possano più chiedere nè accettare a qualsiasi titolo compensi, regali o altra utilità. Il testo ha incassato il parere favorevole del governo, ma è stato riformulato e il deputato Udc non è parso particolarmente soddisfatto. “Nella mia proposta – spiega – chiedevo che ai dipendenti pubblici fossero affiancati anche gli amministratori, rimasti fuori” nella rivisitazione dell’emendamento. “Ma non possiamo disciplinare noi con questo testo – replica il ministro Patroni Griffi – l’operato degli amministratori”. Mantini, inoltre, nella versione originale quantificava il valore del regalo ponendo un tetto massimo di 300 euro. La riformulazione, invece, parla di “modico valore” dei presenti “nei limiti delle normali relazioni di cortesia”. “La mia – chiosa Mantini – era una proposta contro le cozze pelose e le vacanze in yacht lussuosi di cui si è letto sui giornali”. Il riferimento, dalla Lombardia alla Puglia, appare molto chiaro.

No agli arbitrati per i magistrati. Niente arbitrati per i magistrati, siano essi ordinari, amministrativi, contabili o militari e niente arbitrari agli avvocati dello stato cosi’ come ai componenti delle commissioni tributarie. La Camera ha dato disco verde all’emendamento Pd a firma Mariani, Lo Moro, Ferranti ed all’emendamento proposto nella stessa direzione dall’Api con Linda Lanzillotta, il testo prevede: “ai magistrati ordinari, amministrativi, contabili e militari, agli avvocati e procuratori dello Stato e ai componenti delle commissioni tributarie e’ vietata, pena la decandenza dagli incarichi e la nullita’ degli atti compiuti, la partecipazione a collegi arbitrali o l’assunzione di arbitro unico”.