Limiti di esposizione alle radiazioni alzati di 20 volte per risarcire meno famiglie, fusioni del nocciolo taciute, migliaia di animali abbandonati e costretti a morire di fame e stenti. Sono solo alcune delle “vergogne” giapponesi raccontate in “Fukushame. The lost gardens of Japan”. Un titolo inglese per un documentario tutto italiano, fra i primi al mondo a descrivere la situazione all’interno della No Go Zone: area fantasma che, creata dal governo nipponico ed evacuata subito dopo la tragedia dell’11 marzo 2011, separa con un muro di radioattività crescente la centrale di Fukushima Daiichi dal resto del mondo. Un problema ambientale, ma anche politico e sociale. “Le popolazioni locali sono trattate come oggetti”, denuncia il regista Alessandro Tesei. Anzi, “oggetti fastidiosi”.

A pochi giorni dall’arresto dell’ultimo reattore nucleare funzionante, nel Paese del Sol levante si continua a fare i conti con una vergogna sempre più mascherata da falsità inaccettabili. È quanto testimonia Fukushame, docu-movie con cui “ci si interroga sui perché di scelte sbagliate e imposte a un popolo ormai disilluso”. “Molti giapponesi sono arrendevoli e credono alle menzogne che gli vengono propinate”, rivela Tesei: “Loro dicono ‘shogenai’, ovvero: non se ne può far nulla, quindi non combatto”.

Il governo di Tokyo ha condotto molto male la situazione, secondo il reporter italiano. Ma ancora peggio ha fatto Tepco, gestore della disastrata centrale, che “ha insabbiato tutto e ora sta cercando di liquidare con due spicci le migliaia di persone che hanno perso casa, averi e affetti”. Anche i media giapponesi, secondo il video-maker, “si sono piegati servilmente alla volontà di disinformazione dettata sempre da Tepco e governo”.

In uscita nei prossimi giorni, questo film è un inquietante viaggio fra le città fantasma dei 20 km di zona proibita attorno a Fukushima, dove le uniche forme di vita che si possono incontrare sono gli animali sopravvissuti a un intero anno di abbandono: mucche, pecore, struzzi, ma anche diecimila cani, lasciati da famiglie a cui è stato vietato di tornare a prenderli.

Un tour dell’ansia, che cresce con l’aumentare dei beep del contatore geiger, “unica voce della verità in mezzo a un mare di menzogne”. Da Koriyama fino ad arrivare a poche centinaia di metri da ciò che resta della centrale, infatti, il lavoro di Alessandro Tesei mostra il contrasto fra la bellezza di un’area immersa nel verde e il pericolo “invisibile e sempre presente della radiazione nucleare”. 

“Il governo ha costruito delle case d’emergenza a Koryiama, poco fuori il confine della zona evacuata e ha ammassato lì migliaia di persone con dei contratti di due anni”, rivela il reporter: “Una follia, visto che anche questa città è molto inquinata”. “Ora invece i residenti sono spinti a ritornare in alcune aree che, secondo il parere del governo, sono state ‘ripulite’ e quindi sono tornate sicure”. Come il Kawauchi-mura, o la parte di Minamisoma che fino a qualche mese fa era dentro la no go zone.

“Un atteggiamento criminale”, accusa il filmaker marchigiano: “Il governo si basa sul fatto che il contatore geiger misura valori molto più bassi, non considerando che le particelle radioattive (che hanno un peso) sono diminuite nell’aria solo perché si sono sedimentate nel terreno, rendendo impossibile ogni tipo di coltura”. Obiettivo dell’inchiesta, di conseguenza, è “denunciare questi comportamenti al limite del buonsenso e della democrazia”.

Ma nonostante l’arrendevolezza di molti giapponesi, non sono di certo mancate le reazioni. “Credo che, seppur molto lentamente, sia iniziata una presa di coscienza”, ammette Tesei: “Lo ha dimostrato in particolare la manifestazione contro il nucleare di Tokyo del 19 settembre 2011, la più grande mai fatta nel Paese, a cui hanno partecipato circa 50mila persone”. Del resto, conclude il regista, “il Giappone è il Paese dove ci si uccide per la vergogna, dove l’onore è considerato sopra ogni cosa. E questo incidente è, appunto, una delle sue più grandi vergogne”.