Giuseppe Flachi

Aula del tribunale di Milano, terzo piano, settima sezione presieduta dal giudice Aurelio Barazetta. In calendario il processo di ‘ndrangheta contro la cosca Flachi. Sul banco dei testimoni le presunte vittime del racket. Nei gabbioni gli imputati. Giuseppe Flachi, capo indiscusso del clan, indossa jeans e felpa (suo figlio Davide è già stato condannato a 14 anni per mafia con rito abbreviato). Al suo fianco Giuseppe Amato, detto “Pinone”, braccio armato dell’organizzazione, esperto di sicurezza nei locali notturni e uomo di Forza nuova con alle spalle una fallita candidatura alle regionali del 2005. Secondo la tesi dell’accusa è proprio Pinone, in collaborazione con un batteria di fedelissimi, ad aver gestito per anni non solo il pizzo nelle discoteche, ma anche il controllo dei rivenditori ambulanti di cibo e bevande, i cosiddetti “paninari”. “Sulla piazza di Milano – dice Amato intercettato – ci siamo noi a controllare i camion, ognuno ha la sua zona: abbiamo Città studi, corso Como, piazzale Lagosta e via Carlo Farini”. E ancora: “Lavoriamo con i calabresi, gente che sta scontando l’ergastolo, siamo in Comasina, comandiamo a Quarto Oggiaro. Il mio socio è Emanuele Flachi“. Questo lo spartito criminale di uno dei clan più potenti della ‘ndrangheta lombarda contro il quale, per la prima volta, si è costituto parte civile il Comune di Milano.

Pochi minuti d’attesa ed entra il primo testimone. La lista è lunga. Obiettivo del pm Galileo Proietto è confermare in aula le dichiarazioni rilasciate davanti alla polizia giudiziaria. Oggi, però, c’è una differenza: minacce, aggressioni e pagamenti dovranno essere verbalizzate guardando in faccia i boss. L.S., professione venditore ambulante di panini, si accomoda dietro al bancone. “L’impegno – inizia il giudice Barazetta – è piuttosto severo: dire la verità”. Lui inizia: “Non è che mi ricordo tanto, ho avuto la meningite, sono un po’ stordito”. L.S. non sarà il solo a mettere paletti preventivi alla sua deposizione. S.F., altro paninaro, anticipa subito il pm. “Io ho avuto un incidente bruttissimo, è morta la mia ragazza e ho avuto tipo due centimetri la faccia sfondata, sto combattendo tra ospedale e ospedale e quindi tante cose possono sfuggire”.

Queste le premesse, poi, confermate dagli interrogatori successivi costellati da “non ricordo”, o peggio da contraddizioni, continui interventi e richieste del presidente: “Dica la verità”. In molti casi “le minacce” si trasformano in banali liti. Le aggressioni in semplici buffetti. I pagamenti mensili del pizzo, in soldi, versati sì, ma solo una tantum. Insomma, a Milano la ‘ndrangheta continua a terrorizzare anche quando sta dietro le sbarre. Come in Calabria, anche sotto il Duomo, i boss arrestati inviano indicazioni all’esterno. E chi di dovere raccoglie e comunica. In questo caso il messaggio è stato chiaro: nonostante il processo, fuori nulla è cambiato e chi pagava prima, paghi anche adesso.

L’aula, dunque, intimorisce e i volti dei padrini infilzano dubbi nella memoria. L.S. lo dice esplicitamente al giudice Barazzetta. “Io ho un bambino piccolo da mantenere e crescere. Non voglio avere problemi quando questi usciranno dalla galera”. La premessa è decisiva per capire perché L.S. dica di aver lavorato solo un mese con i camion quando a verbale un anno prima aveva parlato di due anni. E sostenga di essere stato indirizzato con il camion in certi luoghi piuttosto che in altri solo perché alcuni buttafuori (legati alla cosca) gli facevano un favore.

Eppure nell’ambiente della movida è cosa risaputa che buona parte della sicurezza nei locali notturni sia in mano alla ‘ndrangheta. Nonostante questo, B.Q. ex titolare di una discoteca nel quartiere Isola, in aula interpreta la parte dello smemorato. Di Amato, lui sa che lavora nella security. Non che sia socio con Emanuele Flachi, fratello del boss. “Che avesse rapporti di amicizia o si appoggiasse a lui, quello non lo so”. Matematica arriva la contestazione del pm. Un anno prima, infatti, B.Q. aveva detto ben altro: “Giuseppe Amato era socio di Flachi, almeno per quanto riguarda la sicurezza”. Di più: “Spesso utilizzava il suo nome per risolvere controversie”. Naturalmente la frase sottende un significato preciso: la famiglia Flachi sta da sempre nel gotha della ‘ndrangheta lombarda. Per il titolare della discoteca, invece, Flachi non è un mafioso, ma “una persona rispettata che usa la diplomazia per risolvere i problemi”.

E i pagamenti ad Amato? “Centoventi euro a serata”. Altro? Niente. Di nuovo qualcosa non torna, perché il 15 marzo 2011, B.Q. aveva verbalizzato: “Amato mi aveva chiesto un fisso mensile tra i 1000 e 1500 euro, mi chiese anche una somma tra i 500 e gli 800 euro per Emanuele Flachi, giustificando che in caso di problemi avremmo dovuto fare il suo nome”. Nero su bianco. Ancor più chiara l’annotazione della Guardia di finanza: “Emergeva come B.Q. pagasse periodicamente una somma di denaro a Emanuele Flachi per il tramite di Giuseppe Amato, con scadenza nella seconda settimana di ogni mese”. In generale, poi, le intercettazioni dimostrano “come gli appartenenti alla cosca Flachi considerassero la discoteca parte integrante del proprio territorio”.

Ma in aula non si nega solo il pizzo. Succede anche per le minacce. Sempre B.Q. prima di essere sentito in tribunale dichiara: “Parlai con Amato, mi sentivo fortemente minacciato”. Davanti al giudice sostiene di non ricordare di aver detto quelle parole. “Allora – prova a dire Barazzetta – diciamo così: minacciato con garbo?”. Insomma, di nuovo la realtà rovesciata. Anche perché appare difficile conciliare l’assenza di minaccia con un frase del genere: “Erano le condizioni che mi costringevano ad accettare il suo servizio (di Amato, ndr)”.

Alla fine, però, il giudice sbotta e sospende “perché non è che si può incassare qualsiasi risposta”. Capita durante l’interrogatorio di S.F. Il punto sul tavolo è il controllo dei camion e le tangenti da incassare periodicamente. In aula il registratore diffonde le voci degli uomini della cosca. Parlano di S.F. e delle sue difficoltà sul lavoro. Quindi concludono: “Adesso faremo un forfait per queste tre settimane!”. In aula il paninaro prova a chiudere in questa maniera la questione: “Non lo so, magari stavano scherzando”.