Il vertice Abc ipoteca il Parlamento. La riunione dei partiti della maggioranza che sostiene il governo di Mario Monti ha disegnato i contorni della nuova legge elettorale. Via il Porcellum di Roberto Calderoli, la novità più importante è l’eliminazione dell’obbligo di coalizione, nel senso che diventerà facoltativo: le forze politiche che vorranno rendere chiare le alleanze lo faranno, ma non sarà obbligatorio. Resta l’indicazione del presidente del Consiglio. Restano invariati anche la soglia di sbarramento e il premio di maggioranza. Ai partiti più piccoli è garantito un non meglio precisato (per ora) “diritto di tribuna”. In definitiva si torna a un sistema proporzionale “secco”, anche se per il partito che avrà più voti ci sarà un premio di maggioranza.

L’altra novità l’ha comunicata in serata il segretario del Pdl Angelino Alfano parlando con i senatori del gruppo: “Il partito che prenderà più voti – ha spiegato – sarà quello che indicherà il premier che così non potrà andare all’opposizione”. Un rafforzamento deciso, dunque, della figura del presidente del Consiglio (come il premio di maggioranza, a vantaggio della governabilità), che aprirebbe scenari inediti anche nel centrosinistra dove quindi il capo del governo sarebbe indicato dal Pd.

Sembrava che dovessero tornare le preferenze, ma l’ipotesi è stata subito sotterrata da una riga dell’ufficio stampa del Pd: “L’informazione secondo la quale nei colloqui di oggi sulla legge elettorale si sarebbe convenuto sul ritorno alle preferenze è destituita di fondamento”. Ci si rivolgerebbe, piuttosto, nella direzione di un rafforzamento del sistema dei collegi. D’altronde da tempo il Partito Democratico aveva dato parere negativo a eventuali ipotesi di inserimento di preferenze.

L’ex ministro Ignazio La Russa definisce così il meccanismo elettorale elaborato durante l’incontro: “Diciamo che sulla legge elettorale abbiamo trovato un’intesa su un sistema tedesco bipolarizzato, se volete usare un neologismo larussiano… E’ un vero mix: assomiglia al modello tedesco, perchè ci sono i partiti e non le coalizioni, ma resta un sistema in qualche modo bipolare, perchè c’è l’indicazione del premier e il premio per la forza politica che vince le elezioni”.

Il principio, ha chiarito Italo Bocchino, è stato “di restituire ai cittadini la possibilità di scegliere i propri parlamentari e di evitare coalizioni che non riescono a governare”. In realtà quanto prospettato oggi dal vertice di maggioranza, se ha ricevuto l’apprezzamento del Capo dello Stato, ha fatto saltare sulla sedia le forze d’opposizione, in particolare l’Italia dei Valori (“E’ una truffa”) e la Lega Nord (“Sarebbe la vera porcata”).

L’apprezzamento di Napolitano. L’iniziativa di Pd, Pdl e Udc ha soddisfatto il presidente della Repubblica Giorgio Napolitano che in una nota ha espresso il suo vivo apprezzamento “a collaborare per un insieme di modifiche della Costituzione e la revisione della legge elettorale”. E in un incontro con Napolitano proprio sulle riforme il presidente del Senato Renato Schifani ha assicurato che il ramo del Parlamento da lui presieduto è pronto a darsi una organizzazione adeguata per l’esame delle riforme. Tanto che si parla già di un calendario che possa portare ad approvare le bozze di riforma entro la fine della legislatura. Nel giro di un paio di settimane potrebbero essere presentate le modifiche costituzionali e la nuova legge elettorale. Le riforme saranno presentate in Senato: la riforma costituzionale sotto forma di emendamento soppressivo e interamente sostitutivo del testo già incardinato in commissione, la riforma del voto come proposta di legge.

Soglia di sbarramento al 4-5 %. Nel dettaglio l’accordo sulle riforme costituzionali prevede uno sbarramento che potrebbe collocarsi tra il 4 e il 5 per cento. Da qui sarà pensato un cosiddetto “diritto di tribuna” per le forze politiche che non raggiungono il quorum per entrare in Parlamento.

Taglio dei parlamentari. L’accordo prevede anche il taglio dei parlamentari. Il numero dei seggi dovrebbe scendere da 630 a 500 deputati e da 315 a 250 senatori, secondo la bozza di accordo: “Sul numero dei parlamentari la decisione dovrebbe essere questa: al massimo ci potrà essere una norma transitoria” ha spiegato Pier Ferdinando Casini. “Questa coalizione è strana perché non annulla le diversità – aggiunge il leader dell’Udc – Si è chiesto alla politica di battere un colpo e la politica l’ha fatto. Si parla sempre di antipolitica, ma se si riuscirà a passare dalle parole ai fatti la politica avrà dato una buona prova di sé”.

La riforma della Costituzione. La bozza d’intesa tra i partiti che appoggiano il governo tecnico prevede di incardinare parallelamente la riforma della Costituzione. Tra le altre cose le forze di maggioranza hanno raggiunto l’intesa sulla revisione dell’età dell’elettorato attivo e passivo, il rafforzamento dell’esecutivo e dei poteri del premier in Parlamento e l’avvio del superamento del bicameralismo perfetto.

Bersani: “Un incontro utile”. “E’ stato un incontro utile – ha dichiarato il segretario del Pd Pierluigi Bersani – Abbiamo fissato alcuni paletti sul percorso delle riforme e sui contenuti. Noi insistiamo molto sulla legge elettorale”. Il vertice è stato aggiornato alla prossima settimana. “Ci sono dei paletti – ha proseguito – e la volontà di proseguire in parallelo con alcune riforme istituzionali e con la legge elettorale su cui, come noto, il Pd insiste moltissimo e che per noi è prioritaria e dirimente”.

Alfano: “Possiamo ambire a un buon risultato”. Fiducioso anche il segretario politico del Pdl, Angelino Alfano: “E’ andata bene, abbiamo fatto un buon lavoro. Ci rivedremo e credo che sulle riforme costituzionali e la legge elettorale possiamo ambire a un buon risultato”. Alla riunione oltre a Bersani, Alfano e Casini hanno partecipato Bocchino per il Fli, Gaetano Quagliariello e La Russa per il Pdl, Luciano Violante per il Pd, Ferdinando Adornato per l’Udc e Pino Pisicchio per l’Api.

L’Idv: “Una truffa elettorale”. Ma, come prevedibile, arrivano anche le prime reazioni negative. Non la manda a dire, per esempio, il capogruppo dell’Italia dei Valori Massimo Donadi: “E’ più o meno una truffa elettorale”. La bozza, secondo il dipietrista, “non restituisce ai cittadini il diritto di scegliersi i loro candidati – spiega – ed in compenso gli toglie quanto avevano in precedenza: il diritto di conoscere prima e non dopo le elezioni il partito, il programma che presenterà, con chi farà alleanze e quale il candidato premier”.

E’ di là dall’essere d’accordo anche l’ideatore del Porcellum, il leghista Roberto Calderoli: “E’ davvero stucchevole questo continuo gioco di comunicati e annunci sulle riforme, non seguiti dalle carte. Ora voglio vedere le carte prima di pronunciarmi, perché finora ho visto in circolazione solo bari o illusionisti?”. Concetto che riprende il collega di partito Roberto Maroni: “Se la nuova triplice,Pdl, Pd e Udc si mette d’accordo per fare una riforma in cui si sceglie la maggioranza dopo il voto sottraendo ai cittadini il potere di decidere, sarebbe la vera porcata. Si tornerebbe al voto proporzionale con l’indicazione della maggioranza dopo le elezioni: se è così, è un ritorno al passato di vent’anni, non penso che Berlusconi possa accettare una cosa del genere e noi men che meno”.

Ma proprio la possibilità di abbandonare definitivamente il patto con la Lega solletica il sindaco di Roma Gianni Alemanno: “Ottima base per l’intesa sulla legge elettorale e le riforme istituzionali. Con una legge elettorale di questo tipo le alleanze saranno sottoscritte solo con un’effettiva convergenza programmatica senza schieramenti innaturali, come quello che fino a poco tempo fa condizionava il Popolo della Libertà con la Lega Nord”.

Ma anche all’interno dei partiti più importanti si levano voce tiepide, a dir poco: “Trovo alquanto curioso che si dia già per fatto un accordo su materie così importanti ancor prima che siano stati riuniti i massimi organi del partito” dichiara l’ex ministro Altero Matteoli, figura tutt’altro che secondaria nel Pdl.

Nel Pd rivolta dei “Prodiani”. Più corposa la resistenza all’interno del Pd: “Apprendiamo con sorpresa che il Pd rinuncerebbe al bipolarismo di coalizione l’unico bipolarismo possibile in Italia – scrivono i senatori “prodiani” Marina Magistrelli, Mauro Marino e Franco Monaco, componenti della direzione del partito – Una soluzione in contrasto con i deliberati formali del Pd e con la sua linea politica: quella del nuovo Ulivo aperto alle forze moderate di centro nitidamente alternativi al centrodestra nel quadro appunto di un sistema politico bipolare”. A questi si aggiungono i “prodiani” alla Camera Albertina Soliani, Sandra Zampa, Mario Barbi, Antonio La Forgia, Fausto Recchia, Giulio Santagata: “Ci chiediamo quanta resistenza abbia opposto Bersani a chi gli chiede di dare seguito alle proposte di D’Alema e Violante. Non possiamo avallare l’idea di ridurre ulteriormente la possibilità degli elettori di scegliere parlamentari e governi”. Infine la voce di Giovanni Bachelet (figlio di Vittorio e deputato): “E’ difficile capire come il Pd possa aver stretto oggi un accordo – dice – che è abbastanza vago da eludere i punti cruciali, ma abbastanza preciso da risultare incompatibile con quanto stabilito in materia dall’Assemblea Nazionale e dai gruppi parlamentari Pd, e anche dalla mozione con cui Bersani ha vinto le primarie e il congresso del 2009. Possibile che un partito nato con la vocazione maggioritaria e il bipolarismo voglia consegnare al prossimo Ghino di Tacco il governo del Paese, sacrificando Bersani e la democrazia dell’alternanza sull’altare dei gattopardi di sempre?”.