Nessuna marcia indietro: la proposta di modifica dell’articolo 18 resta così com’è. Non è servito (e era già chiaro) il no della Cgil. Non è servita la presa di posizione di Pierluigi Bersani. Non sono serviti i dubbi della Uil e l’arretramento dell’Ugl. Non sono serviti, infine, i tentativi di Raffaele Bonanni di cambiare la norma, sui quali il segretario della Cisl ha detto di essersi impegnato fino all’ultimo istante. Alla fine il governo resta dov’era arrivato martedì scorso, il giorno della rottura tra il governo e (quasi) tutte le parti sociali da un parte e la Cgil dall’altra. Domani la riforma del lavoro sarà all’ordine del giorno del consiglio dei ministri. Dopo la riunione di domani il governo renderà pubblico finalmente il testo della sua proposta. Non sarà l’intero articolato, nel senso che non sarà domani che il governo approverà il testo da mandare alle Camere.

Sarà invece il presidente del Consiglio Mario Monti a definire lo strumento legislativo, la modalità, cioè, con la quale presentare la riforma del lavoro al Parlamento. Questione non da poco: un decreto legge aprirebbe un’autostrada (e infatti è molto più che caldeggiata dal Pdl, ma il governo l’ha già escluso), mentre una legge delega (come vuole il Pd) allungherebbe i tempi, oltre che agevolare e la discussione e eventuali emendamenti.

Dopo il vertice, l’ultimo, di oggi a Palazzo Chigi il ministro del Lavoro Elsa Fornero ha ribadito che l’articolo 18 – sul quale si concentra la gran parte della discussione di questi giorni e che rappresenta la quota più larga del no dei sindacati – è solo una parte della riforma: il testo elaborato dal ministero è “vasto, comprensivo e ambizioso” e parla di “contratti, ammortizzatori sociali, flessibilità in uscita, politiche attive e servizi per il lavoro, occupazione delle donne, questioni budget, inserimento dei disabili e degli immigrati”. Il ministro ammette che “avremmo potuto intervenire con l’accetta”, eliminando alcuni tipi di contratto, ma “abbiamo preferito agire in maniera più mirata” sulla flessibilità. “L’obiettivo – ripete per l’ennesima volta negli ultimi due mesi – è di valorizzare la flessibilità buona e contrastare quella cattiva, contrastare la precarietà. Per i giovani noi facciamo una azione abbastanza diffusa con freni, che dalla parte delel imprese sono dei costi, ma dalla parte buona sono dei freni all’uso improprio dei contratti flessibili”.

VIDEO – FORNERO: “NESSUN LICENZIAMENTO FACILE”


video di Manolo Lanaro

La Fornero ha chiarito di nuovo che il governo non abolisce l’articolo 18, ma distingue le fattispecie, confermando l’indennizzo nei casi di licenziamento economico e la scelta al giudice tra reintegro e indennizzo solo per il licenziamento disciplinare. Insomma, quella del governo è una dimostrazione di fiducia nei confronti dei datori di lavoro: “Ci deve essere una chiara, chiarissima presa di responsabilità da parte delle imprese: non stiamo dando loro la licenza di licenziare. Verrebbero meno al loro ruolo sociale. Lo chiedo loro pubblicamente”. Dall’altra parte la fiducia è anche quella nei magistrati: “Io personalmente ho fiducia nei giudici” sostiene riferendosi al potere del giudice di decidere tra reintegro e indennizzo nei casi di licenziamento disciplinare e quindi di decidere se il reintegro “è cosa buona e giusta”. Il ministro del Lavoro, insomma, è talmente convinto della bontà della proposta che si è perfino “offerta di andare a spiegare alle assemblee sindacali, ma mi hanno detto che è meglio di no”. E lancia un messaggio al Pd: “A Bersani spiegheremo le nostre ragioni”, poi “speriamo nel suo voto”. “Il Pd sarà convinto della bontà di questa proposta – prosegue – Il governo ha una sua posizione al Parlamento spetta poi decidere. Ciascuno avrà le sue responsabilità ed il suo ruolo: questo è parte della democrazia”.

A proposito di democrazia: “I tempi saranno brevi, non brevissimi” in modo che “il Parlamento esamini” il provvedimento “lo emendi, lo approvi oppure ci mandi a casa. Questo fa parte della democrazia”.

Infine si apre un giallo sui dipendenti pubblici che ieri il ministero si era affrettato ad escludere dal target della riforma: “Non era nel mio mandato e potere intervenire sugli statali. Questo non vuol dire che non interverremo. Il governo valuterà cosa deve essere fatto. Se ne occuperà il ministro Patroni Griffi”.

Monti: “Riforma domani in consiglio dei ministri”. Monti ha così mantenuto l’impegno preso martedì, quando aveva detto che la questione sulla riforma dello statuto dei lavoratori era “chiusa”. Il presidente del Consiglio, tuttavia, ha tenuto a chiarire che “sull’articolo 18 abbiamo percepito una diffusa preoccupazione su cui vorrei rassicurare tutti. Che il binario dei licenziamenti economici possa essere abusato con aspetti di discriminazione. Il governo si impegna affinché questo rischio non si verifichi perché è nostro dovere evitare discriminazioni con un minimo di attenzione alla stesura. Su questo mi impegno”. Monti, sia pure immobile sulla sua posizione, ha voluto rassicurare i presenti che la stesura del testo sarà formulata in modo da “evitare abusi” nel licenziamento per ragioni economiche. In questo modo si è voluto dare risposta alle preoccupazioni sollevate in modo particolare dalla Cisl, che su questo punto aveva chiesto rassicurazioni. Ma di certo nessun dietrofront sui licenziamenti per motivi economici. Peraltro una simulazione effettuata dal centro studi della Cgia di Mestre ha spiegato come gli indennizzi (considerevoli) previsti dall’eventuale riforma costituirebbero comunque un deterrente per i licenziamenti.

La Cisl: “Impegno per cambiare la bozza”. “Stiamo cambiando la norma sui licenziamenti economici” aveva detto subito prima del vertice il segretario della Cisl Raffaele Bonanni. “E’ quello su cui ci stiamo impegnando in queste ore” aveva scritto in una nota. “Anche la Cisl vuole cambiare la norma sui licenziamenti economici e fare una riforma del lavoro credibile. E’ quello su cui ci stiamo impegnando in queste ore. Anche noi vogliamo il modello tedesco. Speriamo che con il sostegno del Pd, lo otterremo e chiariremo tutti insieme ai lavoratori la bontà delle soluzioni che abbiamo trovato”. A queste dichiarazioni si è poi aggiunge il dietrofront dell’Ugl: “O si reinserisce il reintegro per i licenziamenti economici o cambiamo posizione”. E l’ha cambiata. Dopo il no della Cgil e i dubbi della Uil, il clima nel mondo sindacale ha dato l’impressione di aver cambiato umore non poco rispetto a martedì.

Centrella (Ugl): “O si cambia sull’art.18 o da noi arriva un no”. Da un “sì sofferto e articolato” a un “no senza una modifica sui licenziamenti economici”. E’ l’Ugl di Giovanni Centrella “per rispetto ai lavoratori” a fare marcia indietro sulla valutazione della riforma del mercato del lavoro. “O si introduce il reintegro anche per i licenziamenti economici o non potremo condividere la riforma”, spiega al termine dell’incontro con il governo a palazzo Chigi. E tra le modifiche richieste anche quella di una conciliazione obbligatoria preventiva al licenziamento. Richieste di modifica però che paiono destinate, almeno al momento, a infrangersi contro il no del premier Mario Monti, ribadito, come riferisce Centrella, anche nel corso del round di oggi. “Monti ha detto che la legge sarà articolata e che vigilerà affinché i licenziamenti economici non nascondano licenziamenti discriminatori o disciplinari ma non ha fatto altre aperture”, riferisce ancora ricordando come il premier sia poi andato via subito dopo. E a questo proposito chiarisce anche lui, dopo il Tweet della Cgil, che la richiesta del leader Cisl, Raffaele Bonanni, di modifca dei licenziamenti economici, nonostante le indiscrezioni di stampa, non siano state fatte al tavolo di confronto. “Ho letto delle richieste di Bonanni ma oggi al tavolo non c’è stata nessuna dichiarazione sull’articolo 18”, sintetizza. “L’avrà fatta a Monti”, aggiunge ironizzando sul probabile incontro con il premier che il leader Cisl avrebbe avuto prima dell’inizio del vertice a Palazzo Chigi.

VIDEO – SULL’ART.18 IL ‘NO’ ANCHE DELL’UGL


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Marcegaglia: “Inaccettabili eventuali modifiche”. Sulla discussione del progetto del governo torna il giudizio deciso di Confindustria. E’ la presidente uscente Emma Marcegaglia a parlare: “Qualsiasi ipotesi di indebolimento di questa posizione, su cui il presidente Monti ha preso una posizione molto chiara dicendo che la discussione è chiusa, per noi non sarebbe inaccettabile” taglia corto. Sull’articolo 18 la posizione degli industriali era già diversa da quanto uscito dal tavolo tra governo e parti sociali, precisa, visto che Confindustria aveva chiesto che il reintegro nel posto di lavoro restasse solo per i licenziamenti discriminatori, con un indennizzo per tutti gli altri casi. Ora, ribadisce la leader degli industriali, “se ci dovesse essere una ulteriore ipotesi di indebolimento noi diciamo che allora la riforma è meglio non farla, perchè non sarebbe una vera riforma”. E perche “l’irrigidimento” introdotto su flessibilità in entrata e ammortizzatori sociali va bilanciato sulla flessibilità in uscita. “Dire che con questa norma arriveranno i licenziamenti è una cosa che non ha senso. Non è che un imprenditore si diverte a licenziare, i lavoratori sono la nostra risorsa”.

VIDEO – MARCEGAGLIA: “NO A INDEBOLIMENTO DELLA RIFORMA DELL’ARTICOLO 18”


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La politica: Alfano contro Bersani. Il fronte era già aperto invece tra i due principali partiti della maggioranza, Pd e Pdl. Dopo le parole del segretario dei democratici Pier Luigi Bersani, che ieri aveva criticato le modifiche previste all’articolo 18, è stata la volta del segretario del Pdl Angelino Alfano. La riforma del mercato del lavoro predisposta dal governo – ha detto – “è un compromesso”, che tuttavia tutti i partiti devono accettare. Se qualche partito intende in Parlamento modificarne solo la parte che gli interessa, allora il Pdl non ci sta: “Diciamo no a riforme al ribasso”. Poi la stoccata al segretario del Pd. “Se Bersani – avverte Alfano – vuole la riforma della Camusso e della Fiom deve vincere le elezioni, farla e poi andare in giro per spiegarla. Se la Fiom condiziona la Cgil, la Cgil condiziona il Pd e il Pd condiziona il governo e dunque il Paese. Ma così il Paese rischia di rimanere imprigionato dai veti della Fiom e questo sarebbe inaccettabile”. Una posizione che spiazza anche una parte degli elettori del centrodestra.

L’ex ministro avverte il Pd ma anche il governo: “Se il compromesso resta in piedi, bene. Se invece questo compromesso viene smontato, il Pd non si illuda che possano essere fatte solo le cose che interessano al Pd e che il Pdl non possa rivendicare ulteriormente l’aggiustamento di alcuni limiti sulle pmi e sulla flessibilità. Se ci dovranno essere degli interventi dovranno essere di tutti. Diciamo no – sottolinea Alfano – a riforme al ribasso e se si tocca la riforma si tocca per tutti. Anche sul lato, debole per noi, di un certo pregiudizio negativo su imprenditori”. Nel frattempo continuano a dire no Antonio Di Pietro, Umberto Bossi, Nichi Vendola e tutta la sinistra.

La Cei: “Il lavoratore non è una merce”. Ma non solo la sinistra. Nel dibattito entra di nuovo a gamba tesa la voce della Chiesa. In particolare quella autorevole di monsignor Giancarlo Bregantini, arcivescovo di Campobasso e presidente della commissione per il lavoro e per il sociale della Conferenza episcopale italiana, che già aveva avuto parole critiche nei confronti della bozza di riforma: “Il lavoratore non è una merce – manda a dire attraverso Famiglia Cristiana – Non lo si può trattare come un prodotto da dismettere, da eliminare per motivi di bilancio. In politica l’aspetto tecnico sta diventando prevalente sull’aspetto etico”. La posizione del presule è chiara: “Bisogna chiedersi, davanti alla questione dei licenziamenti, chiamati elegantemente, con un eufemismo, ‘flessibilità in uscita’, se il lavoratore è persona o merce”. Secondo l’arcivescovo “se con Berlusconi la questione centrale era legata al profitto, oggi c’è l’aspetto tecnico che domina ogni questione politica. Ma alla fine tra profitto e aspetto tecnico si crea una sintonia eccessiva. L’aspetto etico nella politica è necessario. E invece non è più tenuto in considerazione”.

“La modalità con cui è ipotizzato il licenziamento economico potrebbe rivelarsi infausta – sostiene Bregantini – Nemmeno il giudice può intervenire”. Così diventa “facilissimo che si arrivi in tutto il Paese” a “un clima di paura generalizzata”. Il timore è che nelle aziende e nelle famiglie ci sia “un’ondata di terrore” per paura di vedersi licenziati per motivazioni economiche o organizzative. Monsignor Bregantini si lamenta anche del fatto che la Cgil sia rimasta fuori dall’accordo: “Un fatto che viene quasi dato come scontato -quasi che il primo sindacato italiano per numero di iscritti non sia una cosa preziosa per una riforma del lavoro. Dietro questa fetta di sindacato  c’è tutto un mondo importante, cruciale, da coinvolgere per camminare verso il futuro. Altrimenti c’è il rischio che questa parte sociale, con i suoi milioni di iscritti, resti disillusa, arrabbiata, ripiegata su atteggiamenti difensivi, su un passato che non c’è più”. In definitiva per l’alto prelato “ci voleva un po’ più di tempo permettere in atto una riforma così importante. Non era necessaria questa fretta così evidente. La questione è chiusa, è stato detto da parte del premier Mario Monti. Si poteva dire: la questione è posta, ora dialoghiamo, nelle fabbriche, negli uffici, in Parlamento, nella società civile, ovunque perchè il lavoro è il tema cruciale del nostro Paese”.

Scioperi spontanei in molte regioni. E mentre la politica discute, il mondo del lavoro ha iniziato a mobilitarsi, con scioperi spontanei e programmazione di nuove agitazioni nei prossimi giorni praticamente in tutta Italia. Proteste, scioperi, manifestazioni e cortei si sono registrate in Piemonte, (a Torino e provincia, ma anche a Cuneo e Alessandria), in Liguria (a Genova e a La Spezia), in Toscana (gli operai della Piaggio di Pontedera hanno bloccato la superstrada Firenze-Livorno e scioperi anche alla Ansaldo Breda di Pistoia), in Lombardia (in particolare negli stabilimenti di Milano e provincia), in Umbria, in Sicilia (a Palermo e Siracusa).