Non avrà potere di veto, ma la Cgil ha già messo in moto la macchina della protesta per difendere l’articolo 18 dalle modifiche che il governo ha presentato ieri nell’ultimo incontro con le parti sociali, messo in agenda per domani. Dalle parole del segretario Susanna Camusso dopo il vertice di Palazzo Chigi già si poteva capire, ma la proposta della segreteria del sindacato al direttivo ha messo anche nero su bianco: 16 ore di sciopero, 8 delle quali per uno sciopero generale con manifestazioni territoriali e 8 per le assemblee. La data dello sciopero sarà definita in base all’iter parlamentare della riforma. Una linea decisa che ha già messo a bollire l’intero centrosinistra e in particolare il Pd che, una volta che il provvedimento sarà in Parlamento, rischia seriamente di spaccarsi. Una situazione difficile da gestire per il segretario Pierluigi Bersani che però nel pomeriggio alla Camera ha sbottato: “Io non la concludo così. Non so come faremo, ma io non la concludo così. Non lo faccio, per me è una roba inconcepibile”. Anche perché l’intesa con il governo, sostengono al Pd, era di trovare l’accordo con tutti.

Bersani: “No a prendere o lasciare”. La chiarezza arriva in serata, dalla poltrona di “Porta a Porta”. “Non condivido la modifica dell’articolo 18 perchè è all’americana e non alla tedesca” dice Bersani, aggiungendo che questa norma “va corretta”. “Io non penso – ha proseguito il segretario del Pd – che Monti possa dire al Pd prendere o lasciare. Non mi aspetto che Monti lo faccia, è chiaro che noi votiamo quando convinti, bisogna ragionare con noi”. Secondo Bersani “con questa norma, licenziamenti per discriminazione e disciplina scompariranno ci saranno i licenziamenti per cause economiche. Non va bene, è una questione di diritti dei cittadini: il lavoratore non può essere messo in condizioni di debolezza, questa cosa va corretta. C’è il Parlamento e si corregge e il Pd si prende la briga e l’impegno di trovare le strade per correggere”. Più chiaramente: “Nessuno ti dirà che ti licenzio perchè sei gay o nero. Inventeranno un motivo economico. All’Italia per avere il lavoro servono quelli che investono in fabbriche e che sanno come gira il lavoro”.

Nessuna possibilità che la riforma possa passare da un decreto legge. Anzi, la risposta è stata anche più chiara: “Io credo che non possa esistere in natura” ha detto Bersani. La strada potrebbe essere quella della legge delega. Rischi per il governo, insomma? “Non credo – risponde il segretario democratico – perché i prossimi giorni chiariranno meglio la situazione. Noi conosciamo questi temi, li frequentiamo, altri li frequentano meno, ma più passano i giorni e più si vede meglio cosa vogliono dire nella coscienza collettiva. Si sono sentite cose (dalla conferenza stampa della Fornero, ndr) tipo che i licenziamenti discriminatori sono impediti sotto i 15 dipendenti, già lo era. Io credo che la discussione in Parlamento potrà aggiustare” delle cose. “A me sembrava che ci fosse stato un punto di convergenza su due questioni – ha raccontato il segretario del Pd – la prima era che il governo dovesse puntare a un accordo o offrire ai mercati una rottura? A giudizio di tutti quelli che erano a quella tavola, ricordo espressioni chiare di Alfano, il mandato del governo era lavorare per un accordo”. La seconda era di indirizzare la riforma su “un modello continentale”. Eppure, “quando ho visto come e’ finita la cosa, mi sono detto che non era questa l’ispirazione” ha concluso Bersani.

Di contro Bersani sembra dare un consiglio al governo: “Io escludo che i sindacati abbianoavuto con il governo una posizione immobile. Ma dico: attenzione perchè temo il riflesso incondizionato per cui il ‘tirar dritto’ convinca i mercati”.

“La pancia del partito stia tranqulla perchè siamo gente solida e sul tema del lavoro non siamo distratti – ha proseguito Bersani, riferendosi alle proteste su internet prima che lui esprimesse la sua opinione sulla riforma – Siamo un partito di governo e sappiamo che servono le riforme ma non accettiamo che si ribaltino i rapporti di forza tra diritto e impresa”.

Appoggio da Pdl e da Ue. Il progetto di modifica del mercato del lavoro, tuttavia, già da oggi incassa il via libera dal Pdl e soprattutto l’appoggio dell’Unione Europea: “Ha intenzione di dinamizzare il mercato del lavoro, corrisponde al nostro obiettivo di creare un mercato più dinamico e la sua direzione è degna di sostegno” ha dichiarato il commissario Ue all’occupazione Lazlo Andor, spiegando che la riforma ha una “ambizione notevole”.

La Cgil: “Ci saranno espulsioni di massa”. Ma l’ambizione per la Cgil è sinonimo di azzardo. Maurizio Landini definisce la riforma una follia: “La riforma non riduce la precarietà, non estende gli ammortizzatori, ma rende più facili i licenziamenti – sostiene – La riforma sarà contrastata con ogni mezzo e con ogni forma di protesta democratica nelle fabbriche e nel Paese”. Ancora più chiara l’immagine che offre il segretario confederale (e uno dei “negoziatori” della Cgil al tavolo del governo) Fulvio Fammoni: ”Abbiamo il dovere di portare a casa dei risultati prima che si avvii un biennio di espulsioni di massa nelle aziende”.

La Camusso: “Pagano i lavoratori”. La Camusso è tornata a parlare oggi: “Il fatto che Monti e Fornero dicano che si va verso un’estensione dell’articolo 18 ci preoccupa perché preoccupa il fatto che si dicano apertamente simili bugie”.  La segretaria della Cgil ha ribadito che la riforma dell’articolo 18 porta con sé “il rischio di un uso indiscriminato, contro i lavoratori, dei licenziamenti economici”. Ma c’è di più. Contrariamente a quanto ha sostenuto il dipartimento della funzione pubblica, la Camusso ha precisato che la modifica dell’articolo 18 “non potrà essere applicata al settore pubblico”, come poi confermato in serata dal ministero del lavoro. Se per il governo è una questione chiusa, così non è per la Cgil, perché “licenziare facilmente non è una cosa che serve al Paese”.

La leader del sindacato insiste: “Il governo scarica sui lavoratori, sui pensionati e sui pensionandi i veri costi delle operazioni che vengono fatte”. In definitiva, “non si può contrabbandare la necessità di nuove regole per il mercato del lavoro come il fatto che questo porta a una crescita del Paese”.  Certo se il fronte sindacale fosse stato unito e compatto la musica sarebbe potuta cambiare: ”E’ stato un gravissimo errore che Cisl e Uil abbiano interrotto un’iniziativa unitaria” perché davanti ad una compattezza del sindacato il governo “avrebbe fatto più fatica” a procedere su questa riforma.

Napolitano: “L’articolo 18 è solo una parte”. Giudizi severi che il presidente della Repubblica Giorgio Napolitano cerca di ricondurre a più miti consigli. La riforma del mercato del lavoro, dichiara dalle Cinque Terre dove ha visitato le aree alluvionate nell’autunno scorso, “non può essere identificata con la sola modifica dell’articolo 18: per poter dare un giudizio bisogna vedere il quadro di insieme. E quindi è bene attendere il risultato di domani perché c’è una discussione sull’articolo 18 che è una parte, ma non il tutto della riforma. Naturalmente dopo che il governo avrà dato una forma legislativa ai provvedimenti, la parola spetta al Parlamento”. Il capo dello Stato ha invitato tutte le parti alla moderazione spiegando che in queste ore ci deve essere “attenzione e misura nel giudizio da parte di tutti”.

I dubbi del Pd. Ma gli occhi sono puntati sul Partito democratico che sull’argomento si è spaccato e che avrà un compito non facile una volta che il provvedimento sarà all’esame dell’Aula. In realtà si moltiplicano le voci contrarie, anche di peso: Stefano Fassina, Cesare Damiano, Rosy Bindi, Massimo D’Alema (“Testo confuso e pericoloso”). L’eccezione resta quella del giuslavorista Pietro Ichino che riconosce contenuti programmatici del Pd nella riforma. In realtà i dubbi sono corposi e ce li ha lo stesso segretario Bersani che in mattinata sembrava non aver quasi voglia di parlare, rinviando a Porta a Porta. Ma prima di Bruno Vespa hanno potuto le agenzie di stampa che hanno riferito di uno sfogo di Bersani, mentre parlava proprio con Damiano in Transatlantico: “Se devo concludere la vita dando il via libera alla monetizzazione del lavoro io non la concludo così. Non so come faremo, ma io non la concludo così. Non lo faccio, per me è una roba inconcepibile”.

La sinistra: “Cambiare”. Di certo c’è che la riforma ha una sua opposizione, in Parlamento e fuori. L’Italia dei Valori, per dire, promette “il Vietnam” in Parlamento: “Diciamo al presidente del Consiglio – avverte Leoluca Orlando – che il partito non starà a guardare e che farà tutto quanto è in suo potere per evitare questo scempio dei diritti. Siamo pronti ad un Vietnam parlamentare e a scendere in piazza con i lavoratori e i disoccupati”. Il leader del partito Antonio Di Pietro insiste: “Il governo e il ministro Fornero possono provare quanto vogliono a nascondersi dietro un dito ma la verità è semplice semplice: la riforma dell’articolo 18 vuol dire licenziamenti facili”.

Da sinistra interviene anche il leader di Sinistra e Libertà Nichi Vendola: “L’unica ossessione del governo Monti è quella di recidere il legame con la nostra cultura democratica. Cancellare l’articolo 18, manipolarlo, deformarlo, significa semplicemente portare lo scalpo della civiltà del lavoro presso i potentati della finanza internazionale”. Insomma: “Un regalo alla destra europea”.

La Lega: “Siamo contro”. In Parlamento la proposta del governo avrà contro anche la Lega Nord. Sulla riforma del lavoro “contrasteremo il governo” ha sintetizzato il leader del Carroccio Umberto Bossi. Motto che spetta all’ex ministro Roberto Calderoli sviluppare in un concetto: “Il lavoro non lo si ritrova creando condizioni per licenziare la gente: bisogna creare la ripresa, aumentare i consumi e automaticamente ci sarà anche la richiesta di nuovi posti di lavoro”.

Cisl e Uil. Difende le proprie scelte, all’indomani del sì alla riforma, la Cisl di Raffaele Bonanni che parla di “compromesso onorevole”, perché la nuova normativa proposta dal governo “rafforza la protezione anche per i lavoratori” anche nelle aziende con meno di quindici dipendenti (attualmente invece non è specificato, ha spiegato lo stesso Bonanni ieri sera dopo l’incontro con il governo). Stride un po’ con “l’accordo di massima” delle parti sociali di cui parlava ieri sera il presidente del Consiglio il giudizio sulla riforma espresso oggi dal segretario della Uil Luigi Angeletti. Il giudizio “resta sospeso e condizionato ad alcune modifiche – spiega – Se non ci saranno chiederemo al Parlamento, ai partiti e alle forze politiche di farle”.

“Dubbi di costituzionalità”. C’è anche chi dubita che la riforma dell’articolo 18 possa passare il vaglio della Corte Costituzionale. E’ Roberto Pessi, uno dei più importanti giuslavoristi italiani, pro-rettore alla Luiss di Roma ed ex preside della facoltà di giurisprudenza della stessa università. “Dubito che questa norma – spiega Pessi – possa passare al vaglio della Corte Costituzionale perchè si pone un problema di comparazione tra gli effetti dei licenziamenti per motivi disciplinari e quelli per motivi economici. A parità di ‘condizione’, ossia di licenziamento, si manifestano infatti effetti diversi per il lavoratore”.