Peggio dei casi Mills, escort minorenni e toghe sporche messi assieme. Ecco cosa rappresenta per Silvio Berlusconi l’inchiesta per estorsione che ha portato in carcere Gianpi Tarantini e la moglie. Dopo la sua segretaria, Marinella Brambilla, tra qualche giorno anche il premier si troverà costretto a deporre come testimone davanti ai magistrati di Napoli senza potersi avvalere né della facoltà di non rispondere, né di mentire. Dovrà insomma spiegare, un po’ più credibilmente di quanto non abbia fatto finora, perché ha versato centinaia di migliaia di euro in contanti a un indagato per corruzione e favoreggiamento della prostituzione, già condannato per spaccio di droga.

Di fatto, se si eccettua una breve comparsata in procura a Roma per la scalata alla Bnl da parte di Unipol, era dal 15 ottobre 1996 che non accadeva una cosa del genere. Allora Berlusconi aveva deliziato il Tribunale di Torino, che stava processando Marcello Dell’Utri per le fatture false di Publitalia, con un elogio dell’evasione fiscale (“Quando lo Stato chiede al cittadino più di un terzo del frutto del suo lavoro, il cittadino si sente moralmente in contrasto con lo Stato”) e arditi paragoni tra l’imputato e Giorgio Washington. Risultato: Dell’Utri si beccò tre anni e il verbale del leader del centrodestra fu trasmesso in procura per valutare gli eventuali profili di falsa testimonianza. Poi solo altre balle o scene mute. Con il premier-imputato che dice 80 bugie in 115 minuti di deposizione spontanea al processo Sme-Ariosto (pari alla media record di una ogni 86 secondi) e che, in qualità di ex indagato di reato connesso, si rifiuta di rispondere ai giudici di Palermo andati fino a Palazzo Chigi per ascoltarlo su Dell’Utri e la mafia.

Ora però lo scenario cambia. Se quando sarà sentito, Berlusconi non sarà convincente, è prevedibile un’accusa di reticenza. In un momento politico ed economico come questo, con anche i presunti santi in Paradiso della Procura di Bari sotto osservazione a Lecce, quasi una nemesi giudiziaria si abbatte su un uomo che chi lo conosceva bene, come Indro Montanelli, definiva così: “È allergico alla verità. Ha una voluttuaria e voluttuosa propensione alla menzogna, chiagne e fotte dicono a Napoli dei tipi come lui”. A Napoli, appunto.

Il Fatto Quotidiano, 3 settembre 2011