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Grazia a Minetti, il bambino “abbandonato” non lo era: una famiglia lo attendeva da due anni. “Avevamo finito l’iter, poi l’Inau ce lo ha tolto”

Dubbi su quanto ha dichiarato l'ex igienista dentale riguardo alle sue condanne al fine di ottenere in Uruguay l'adozione del minore su cui poi è stata fondata la richiesta di clemenza al presidente della Repubblica italiana
Grazia a Minetti, il bambino “abbandonato” non lo era: una famiglia lo attendeva da due anni. “Avevamo finito l’iter, poi l’Inau ce lo ha tolto”
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Per la referente dell’Inau nessuno voleva quel bambino malato che era lì da tre anni “senza una famiglia che se ne volesse occupare”. La situazione a suo avviso era “speciale” per la sua condizione medica, tanto che “non aveva risposta dalle persone che formavano il Registro Unico degli Adottanti e per questo è stata considerata una situazione speciale”. Naturale avesse una “grande frustrazione, poiché i suoi compagni venivano adottati e lui continuava a restare nel Centro di accoglienza“. E ora si scopre che potrebbe essere tutto falso.

Perché – ed è una scoperta clamorosa – una famiglia uruguaiana, con entrambi i genitori incensurati, era disposta ad adottare lo stesso bambino poi finito al centro della grazia a Nicole Minetti. Ma il minore sarebbe stato loro “sottratto brutalmente” dopo due anni di pre-adozione dall’’Instituto del Niño y Adolescente del Uruguay, per essere affidato a una “ricca coppia italiana”.

L’inchiesta del Fatto sul Minetti-gate ha fatto il giro del mondo e anche a Montevideo la stampa ha iniziato a interessarsi del caso. L’emittente Telenoche ha così scoperto l’esistenza di una famiglia uruguaiana, lui impiegato dell’amministrazione locale, lei ex dipendente proprio di un’azienda convenzionata con l’INAU che con una testimonianza netta smaschera una clamorosa menzogna istituzionale e getta un’ombra pesantissima a una vicenda già opaca: quella di una narrazione processuale fatta propria da Procura, Ministero e Quirinale, secondo cui si trattava di un minore malato e senza alternative. Una versione che ora rischia di non reggere più. Tutto il racconto costruito a Roma per il “perdono di Stato” poggiava su un pilastro preciso: un bambino con una grave patologia, descritto come “abbandonato alla nascita” e rimasto per anni in istituto senza che nessuno volesse adottarlo.

I giocattoli sono intatti. Un piccolo sgabello, i vestitini piegati con cura. Una stanza pronta in una casa modesta ma dignitosa a Pan de Azúcar, nel dipartimento di Maldonado. E una famiglia uruguaiana che – grazie al rimbalzo locale dell’inchiesta del Fatto sul bimbo al centro della grazia a Minetti per motivi umanitari – si trattava proprio di quello che accudiva da quasi due anni. Aveva attivato l’intero iter adottivo appena il bimbo era entrato nel sistema, instaurando un rapporto quotidiano. Due anni di verifiche, esami psicologici, controlli domiciliari. Leydi aveva lasciato il lavoro per evitare conflitti d’interesse. Alla fine, l’INAU li dichiara idonei.

Eppure l’adozione di Cipriani e Minetti, nei documenti ufficiali, viene descritta come priva di alternative: “il bambino non aveva risposta” dal registro degli adottanti. E su questa presunta assenza l’INAU avrebbe qualificato il caso come “eccezionale”, consentendo alla coppia Minetti-Cipriani di superare l’ordine di precedenza.

A farsi avanti erano stati Julio e Leydi, Da quel momento il bambino era entrato nella loro vita: compleanni, feste, quotidianità. “Ho i video, li mostro a chiunque”, dice davanti alle telecamere Julio, con l’orgoglio ferito di chi si è visto portare via un figlio. Poi, improvvisamente, il silenzio. Nessuna comunicazione. Julio si presenta a Montevideo per avere spiegazioni e scopre che il bambino è stato affidato a un’altra famiglia, “molto legata a Maldonado”, per di più straniera. L’ente arriva a proporgli un altro minore come compensazione. “Io ero andato per lui, non per un altro bambino”, risponde.

Il risultato è una frattura evidente tra atti ufficiali e testimonianze. Una contraddizione che potrebbe avere conseguenze anche penali: due funzionari rischiano un’imputazione per falsa testimonianza. Resta inoltre da chiarire cosa sia stato dichiarato in sede di adozione sulle pendenze giudiziarie della richiedente, requisito decisivo per l’accesso alla procedura. In Uruguay la prostituzione è legale e regolamentata. Ma resta reato ogni forma di sfruttamento e favoreggiamento: organizzare o trarre profitto dall’attività altrui. Una distinzione netta: l’attività è lecita, lo sfruttamento no.

Il caso esplode mentre l’INAU è già travolto da uno scandalo nazionale su omissioni e adozioni forzate. E dentro questa crisi si inserisce una scelta che, secondo questa famiglia, ha cancellato un percorso completo e idoneo per consegnare il bambino a una coppia facoltosa. “Quello che abbiamo fatto, l’abbiamo fatto con l’anima, io, mia moglie, i miei figli”, dice Julio. “Dire ai miei figli che non sarebbe più tornato fa male. Non è servito a nulla quello che potevamo dargli”. Restano i giocattoli, lo sgabello, i vestiti. Restano due anni di vita insieme cancellati senza spiegazioni. Poi l’adozione alla coppia Minetti-Cipriani. Uno strappo consumato a diecimila chilometri di distanza, diventato in Italia il presupposto perfetto per una grazia di Stato.

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