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Cronaca | di Ferruccio Sansa | 16 ottobre 2010

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Il borgo che resiste al terremoto, non alla ricostruzione

Molti edifici lesionati dal sisma dell'aprile 2009 sono stati abbattuti dalle ruspe davanti agli occhi increduli dei cittadini


“Quando ad Arischia sono arrivate le ruspe abbiamo tirato un sospiro di sollievo: il terremoto è finito, è cominciata la ricostruzione, ci siamo detti”. Antonio Moretti è un geologo dell’università de L’Aquila, si aggira per gli antichi vicoli del suo paese, Arischia e indica i vuoti che si aprono ai lati. E invece com’è andata? “Prima erano arrivati i Vigili del Fuoco e la Protezione civile che hanno fatto un gran lavoro, anche a rischio della pelle, per puntellare le nostre case. Poi, però, una mattina ecco i tecnici dell’amministrazione locale che hanno preso la vernice rossa e tracciato delle grandi lettere sui muri delle case lesionate del borgo antico. Dopo qualche ora sono arrivati i caterpillar e hanno tirato giù tutto. Un macello, secoli di storia in pezzi. Il paese adesso è in rovina. Sembra impossibile, ma la ricostruzione ha fatto danni come il terremoto”.
Siamo alle pendici del Gran Sasso, la strada che porta al monte fa da spartiacque: a sud gli ulivi, la vite, a nord i gialli e i rossi del bosco ceduo. I riflettori ormai si sono spenti sul terremoto: L’Aquila è una città fantasma e, a pochi chilometri di distanza, le antiche case di questo borgo sono state abbattute senza che nessuno – a parte gli abitanti – dicesse niente.
Arischia non è un luogo famoso, il suo nome non è riportato sulle guide. No, Arischia è, anzi era, uno di quei paesi che tutti insieme fanno bella e unica l’Italia: un intreccio di vicoli su cui si affacciano case contadine cresciute nei secoli passati, dal Quattrocento in poi. Costruzioni semplici e, però, a loro modo eleganti. Bellissime.
Così è stato nel 1461 e nel Settecento: le rovine, i morti e poi la vita che riprende. Ma oggi è diverso: la vita che trionfa è quella delle piante che crescono tra le macerie.
“È stato un vero dolore veder abbattere le nostre case. Faceva male, fisicamente, intendo”, racconta Abramo Colageo sgranando i suoi occhi azzurri per mimare lo stupore. È lui lo storico di Arischia. Del suo paese conosce ogni pietra. “Qui c’era il Core Fatto”, indica un ammasso di pietre, “Per noi questa casetta era un simbolo. Aveva resistito a tutti i terremoti e anche stavolta era rimasta in piedi, per quanto danneggiata. Ma invece di recuperarla l’hanno rasa al suolo”. In via Aricavallo aveva resistito una casa con un porticato. Ora non c’è più. L’antico convento è ridotto in polvere. Non dal terremoto, però, ma dalle ruspe. Delle case che si affacciavano su piazza dei Sali restano sassi.
A togliere il fiato sono le fotografie scattate prima e dopo il passaggio delle ruspe. Ecco le immagini immediatamente successive al terremoto: le vecchie case sono ancora in piedi. Certo, ferite, con i ponteggi e le crepe che solcano le facciate come una cicatrice deturpa un volto. Poi ecco le foto recenti: sassi, soltanto sassi.
Ad Arischia oggi la basilica di San Benedetto è tutta imbragata, la gente che una volta accorreva per la messa gira al largo per paura dei crolli. Dalle case distrutte non vengono più voci, profumi, ma quell’odore acre di pietra spaccata. C’è qualcosa di indiscreto, quasi indecente, nel guardare le abitazioni squarciate, come a osservare un corpo senza vita.
Colageo racconta: “Arischia è un paese piccolo, ma in queste strade potevi leggere la storia”. Già, non sono soltanto le cattedrali, i grandi palazzi delle nostre città a rivelare le grandi vicende. “Qui sono venuti longobardi e saraceni, dei loro passaggi restano tracce anche nello stile delle case”, spiega Abramo e si ferma un attimo incrociando un bambino, anche lui con gli occhi azzurrissimi: “Anche i lineamenti della gente portano tracce dei popoli del Nord o dei conquistatori arabi”.
Camminando pochi minuti con Moretti si arriva al limite del paese. Il geologo si ferma e indica una spaccatura nella terra. “Eccola”. Che cosa? La faglia, quella che ha provocato il terremoto del 2009 e ha ucciso 308 persone. È lì, davanti a te, la puoi toccare, a guardarci dentro ti viene da pensare di poter vedere fino al cuore del mondo. Arischia danza sulla faglia. E, però, qui è troppo forte il legame con la terra che trema e distrugge tutto, ma poi ti dà il materiale per tirare su le tue case.
Ma perché il Core Fatto e le case antiche sono state rase al suolo? “Abbiamo abbattuto gli edifici che non potevano essere recuperati. E dopo aver sentito il parere di una commissione tecnica. È il primo passo verso la ricostruzione”, assicuravano il giorno dopo la demolizione i responsabili della circoscrizione (Arischia fa parte del capoluogo). Camilla Inverardi, uno degli architetti più noti de L’Aquila, non è d’accordo: “Hanno buttato giù la parte più antica. Gli edifici erano lesionati, ma bisognava recuperarli, sennò si condanna a morte Arischia”.
Intanto è sera. Le luci dei palazzi costruiti di recente ai margini del paese si accendono. La vita è tornata. Dove c’era il vecchio borgo c’è una grande macchia scura.

Guarda il reportage da Arischia

Guarda le foto: prima e dopo

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