Ultra fast fashion e filiera: il nodo politico della moda - 6/7
A complicare il quadro c’è l’ultra fast fashion. Per Capasa non è solo una concorrenza di prezzo, ma una questione di regole. In Europa, ha spiegato, sono arrivati lo scorso anno cinque miliardi di pacchi sotto i 150 euro, di cui un miliardo in Italia: più del numero di pezzi che il nostro Paese produce ogni anno. Secondo Camera Moda, questi prodotti arrivano a prezzi bassissimi e senza controlli adeguati su sicurezza, composizione, sostenibilità e compliance. “Noi siamo penalizzati dalle nostre stesse regole”, ha detto Capasa, chiedendo una tassa di almeno dieci euro per finanziare controlli più efficaci, mentre l’Europa ragiona su tre euro.
È qui che il racconto del “Made in Italy” torna concreto. Non basta evocare artigianalità, heritage, mani, botteghe, territori. Bisogna capire chi paga quelle mani, chi forma i giovani, chi sostiene i terzisti, chi controlla i fornitori, chi impedisce che la trasparenza resti una formula da convegno. Anche per questo FILCTEM e FILCAMS CGIL Milano hanno lanciato la campagna “Made by People – Chi la moda la fa”, per riportare al centro lavoratori, artigiani, terzisti, retail, competenze e condizioni materiali della filiera. Luca Stanzione, segretario generale della CGIL Milano, ha parlato di una “realtà a tinte fosche, ancora poco rappresentata nel dibattito pubblico nazionale e locale”, chiedendo politiche industriali e contrattazione capaci di accompagnare le trasformazioni senza scaricarle sui lavoratori.