Moda e Stile

Milano Fashion Week 2026 al via, giro d’affari da 219 milioni di indotto: da Beckham a Madonna, tutti i vip attesi. Ma i sindacati lanciano l’allarme: “Perse 3 mila imprese in un anno, la cassa integrazione cresce”

Milano si trasforma nella vetrina patinata che ha ispirato il sequel de "Il diavolo veste Prada", ma dietro i riflettori c'è un comparto manifatturiero che perde miliardi di export e chiude le fabbriche. La speranza? Che il circo social torni a far girare i motori della filiera. Sabato la grande marcia animalista

di Ilaria Mauri
Le due facce del comparto: quando il glamour deve salvare la manifattura - 3/7

Le due facce del comparto: quando il glamour deve salvare la manifattura - 3/7

Eppure, questa è solo una faccia della Milano Fashion Week. Esiste una profonda spaccatura tra la vetrina super patinata che andrà in scena in città e sui social e la realtà invisibile, ma drammaticamente sostanziale, delle imprese che compongono l’ossatura del settore. Da sempre, il rumore del glamour, le celebrità e le feste esclusive sono serviti ad alimentare i motori della manifattura, traducendo l’estetica in ordini commerciali e posti di lavoro. La speranza vitale del comparto è che la dinamica torni a funzionare proprio oggi, nel momento in cui il sistema produttivo si ritrova alle corde.

Secondo le stime della Camera Nazionale della Moda Italiana, solo nel 2026 il settore ha perso circa tremila imprese a livello nazionale. Un’emorragia che sta mutando geneticamente l’intero comparto: a Milano le aziende superstiti sono costrette a fondersi, raddoppiando le proprie dimensioni medie (passate in un solo anno da 10 a 20 dipendenti) nel disperato tentativo di evitare il collasso e resistere all’onda d’urto del calo dell’export e della crisi dei consumi internazionali.

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