Barbieri racconta la fame, la fuga da casa e le navi da crociera - 3/5
L’autorevolezza mostrata davanti alle telecamere affonda le radici in un passato segnato da rinunce e sacrifici estremi. La stabilità economica è arrivata tardi. “Ho penato tanto, ho sputato sangue. Fino ai quarant’anni non avevo un soldo in tasca“, confessa a Repubblica. Proveniente da una famiglia modesta, ha dovuto scontrarsi con le aspettative del padre: “Papà mi voleva ingegnere stradale: scappai. A 17 anni ero già via di casa, mio papà non era contento, ci siamo spiegati tardi ma pazienza”.
Alla domanda su cosa volesse diventare, la risposta è netta: “Se possibile, me stesso. Mi sono cercato senza smettere, finendo anche lontano”. Lontano ha significato attraversare l’America in autostop da Panama alle cascate di Iguazú, ma soprattutto chiudersi nelle cucine delle navi da crociera. Un’esperienza totalizzante: “Lì ho imparato cosa vuol dire lavorare, essere coordinati e attenti, far parte di una squadra. Mai paura”. Sfide logistiche che non ammettono errori: “Una crociera vuol dire dar da mangiare a 3500 persone in due ore, tre volte al giorno, senza che alla fine manchi nulla e nulla avanzi. Non si può essere men che perfetti, e soltanto il lavoro insegna a lavorare”.