“La nostra è una città chiusa e complessa, ancora legata a un passato medievale: ne esci col coltello tra i denti, arrabbiato per una realtà che senti soffocante e invalicabile, da un piccolo mondo antico da cui vuoi solo scappare”. Ugo Dighero descrive così la sua Genova in un’intervista a La Stampa. Un posto da dove, ha spiegato, ha fatto tanto per uscire, ma poi “tutti pensiamo solo a tornarci“. Ora vorrebbe anche viverci.
Fa parte di una scuola di attori liguri, anzi genovesi, tutti formati all’ombra della Lanterna: Paolo Villaggio, Luca e Paolo, Lastrico, Ornano e molti altri. Adesso, a 800 anni dalla morte, riporta in scena una pièce teatrale su San Francesco nella versione in grammelot di Dario Fo scritta nel 1999 con Franca Rame, Lu santu jullare. “Lui ha raccontato Francesco come nessun altro: lo ha reso vivo, reale e molto umano, a tratti quasi giocondo, il giullare al servizio di Dio“. Dighero, invece, descrive il patrono d’Italia come un “rompiballe pazzesco, rendeva la vita a chi gli stava accanto un vero inferno. Straordinario, radicale, completamente fuori dagli schemi. Vissuto oggi, forse sarebbe in galera. Con la sua filosofia di vita, così opposta alla nostra, ci avrebbe rasi al suolo”.
Per la messa in scena, l’attore ha escluso il dialetto umbro e la resa originale, ma ha scelto la versione nella stessa lingua di “Mistero Buffo”, il grammelot. “Interpolata con parti più attuali che rimandano alla visione di Papa Francesco – ha spiegato -. Un pontefice che non a caso ha scelto quel nome e che per come la pensava di è procurato non pochi nemici”. Bergoglio, per Dighero, “è stato un grande comunicatore, ma forse un non altrettanto abile politico“. Papa Leone XIV, invece, “mi pare più attento, anche se confesso che avrei sperato si schierasse in modo più netto per Gaza“.