Guccini con Benigni, Vecchioni e Venditti, vino della casa e piatti unti di tagliatelle - 3/3
Dall’angolo “arrogante e papale” col “culo sui colli”, tracciò un commosso esistenziale solco con le sue radici che si diramavano verso Modena, Reggio, Porretta e Pavana. Le cronache e l’aneddotica lo riportano sempre tra i tavoli dell’Osteria da Vito, e poi alle Dame, dove di spazio per allargarsi ce n’era pochino. E magari non era proprio cercato. Poesie a braccio, ottave in rima, Umberto Eco. Roberto Benigni, Vecchioni e Venditti, un quarto di vino della casa e piatti unti di tagliatelle.
La giocosità di una carriera che iniziavaa nei sessanta/settanta proprio su quella via Emilia che all’improvviso si ritrovava trafitta dall’imponderabile. Allora, in quel momento Guccio fece una cosa che in pochi capirono. Ridiede al suo pubblico tutto quello che aveva ricevuto in cinquant’anni di carriera.
Rifondò nel popolo ferito che lo acclamava, per di più in uno stadio, contrappasso per lui che preferì per una vita la forma intima dei vecchi palazzetti dello sport, un umile legame di vicinanza che nemmeno il dirimpettaio della casa di fronte. Inutile ripeterlo. Guccini è stato cantautore antidivo per nascita. E poi, tanto, tra tre giorni risorge “in ciò che noi crediamo, in ciò che noi vogliamo, nel mondo che faremo”.