Musica

“Il detenuto non è una categoria di persona, ma solo una fase della vita di qualche d’uno. In carcere abbiamo trovato introspezione e curiosità della vita”: Sayf nel documentario “Il cielo in una stanza”

Nel lungometraggio, il rapper riflette coi detenuti della Casa di Reclusione di Chiavari (Genova) sul concetto di libertà, ascolta i loro brani rap e porta le loro parole oltre le sbarre

di Andrea Bressan
“Il detenuto non è una categoria di persona, ma solo una fase della vita di qualche d’uno. In carcere abbiamo trovato introspezione e curiosità della vita”: Sayf nel documentario “Il cielo in una stanza”

La detenzione deve tendere alla riabilitazione e ad un graduale reinserimento nella società. È dall’articolo 27 della nostra Costituzione e dal “potere della musica” che si sono poggiate le pietre fondanti per la realizzazione del documentario “Il cielo in una stanza”, girato all’interno della Casa di Reclusione di Chiavari (Genova) con la partecipazione di Sayf in dialogo con i detenuti della struttura. Il lungometraggio rappresenta un viaggio dentro le mura del carcere, con l’obiettivo di raccontare quanto l’ascolto della musica, in quegli spazi, sia un’opportunità di dialogo, incontro e riflessione. Scritto dal giornalista e autore Claudio Cabona e diretto dal regista Yuri Dellacasa, il contenuto è già disponibile sul canale YouTube dell’artista. L’opera di Gino Paoli dà il titolo al documentario. Brano che torna anche nel finale della proiezione, quando Sayf ne offre una personale interpretazione, accompagnato dalla tromba.

Il progetto è stato realizzato grazie al sostegno di Fondazione Compagnia di San Paolo, e si inserisce nell’ambito delle attività dell’associazione “Il Cuore di Federico”. Sebbene l’accesso alla musica negli istituti penitenziari non sia sempre immediato, agevole e scontato, il carcere di Chiavari promuove da tempo laboratori volti alla promozione della musica anche come forma di terapia e di arricchimento culturale.

A uno di questi laboratori ha preso parte Sayf, che nel documentario riflette con i detenuti sul concetto di libertà, ascolta i loro brani rap e porta le loro parole oltre le sbarre, “liberandole”. Il documentario vuole dimostrare come l’ascolto e la pratica musicale non rappresentino uno svago, quanto uno strumento educativo e riabilitativo. “È venuta fuori roba veramente interessante – ha dichiarato l’artista -. Abbiamo trovato livelli di introspezione, di curiosità della vita e di approfondimento che, tante volte”, ci si potrebbe aspettare “in altri contesti. E invece è stata trovata lì”, anche attraverso “l’arte di creare delle canzoni con pochi mezzi, arrangiandosi con la creatività”.

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