L'attacco ai "finti amici" e lo scudo dell'omofobia - 3/5
Gran parte dello sfogo di Signorini si sposta poi sul piano personale, prendendo di mira l’ambiente dello spettacolo che lo avrebbe repentinamente abbandonato non appena i fari della Procura si sono accesi sulle sue condotte: “La cosa che mi ha fatto più male è stato il silenzio di persone che si professavano fratelli e amici. Per trent’anni mi avevano scritto lettere, biglietti pieni di affetto e di stima. Poi sono spariti. Nemmeno una telefonata per chiedermi come stessi. È stata una mancanza di umanità che non dimenticherò facilmente. Sono felicissimo che non ci sia più nessuno sul mio carro. Ma voglio che non salga più nessuno. Pur senza rinunciare alla mia vita e alla mia generosità”.
Rigettando l’immagine pubblica emersa dallo scandalo (“So benissimo chi non sono. Non sono quello che è stato raccontato“), il giornalista sposta l’asse del dibattito verso una presunta discriminazione di matrice sessuale subita dai media e dalle istituzioni: “Non mi considero un santo. Sono una persona che vive la vita nella sua totalità e con tutti i suoi colori. Credo fermamente che ciascuno debba essere libero di vivere la propria vita privata come desidera, purché non commetta reati. Se non commetti reati, non puoi essere privato di questa libertà. Sì, c’è stata un’omofobia mostruosa. Le organizzazioni Lgbtq sono rimaste in silenzio, nonostante intervengano spesso in casi molto meno evidenti. La cosa paradossale è che se un etero si approccia ad una ragazza nessuno ha niente da dire. Se a farlo è un omosessuale viene messo in croce. Anche questa è una battaglia civile da fare”. Signorini accusa di ipocrisia anche i vertici del settore, rei di avergli espresso una solidarietà rimasta strettamente privata per timore di ripercussioni: “Ho ricevuto telefonate di persone molto importanti anche nel mondo dello spettacolo. Parlo anche di numeri uno che dicevano: È una vergogna quello che ti stanno facendo. Io gli rispondevo: Vero, allora perché non lo dichiari pubblicamente?. Allora abbassavano la voce e sussurravano: Non posso, sennò vengo messo in croce anche io”.