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Ultimo aggiornamento: 13:34

Francesca Albanese con i portuali a Genova: “L’obiezione di coscienza alla guerra è un diritto costituzionale”

La relatrice speciale Onu appoggia la proposta del sindacato Usb sull’obiezione di coscienza nei luoghi di lavoro, ossia il diritto di rifiutare prestazioni legate alla produzione, alla ricerca, al trasporto e alla circolazione di armi
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“L’obiezione di coscienza è fondamentale. Se l’Italia ripudia la guerra, significa che non puoi sostenere un’economia di guerra che si traduce in vettore di genocidio”. Ieri a Genova la relatrice speciale Onu sui territori palestinesi occupati, Francesca Albanese, ha incontrato il Collettivo autonomo dei lavoratori portuali e ha appoggiato la proposta che Usb sta costruendo con un gruppo di legali: riconoscere il diritto di rifiutare prestazioni legate alla produzione, alla ricerca, al trasporto e alla circolazione di armi. Nello stesso incontro i portuali hanno chiesto di sbloccare l’osservatorio sui traffici bellici nel porto, per rendere effettiva l’applicazione della legge 185/90.
Albanese era a Genova per presentare La luce del risveglio, edito da Rizzoli e uscito ieri. La scelta non è casuale: c’entrano la lunga storia di insubordinazione della città e il ruolo di “baricentro” che il capoluogo ligure “ha avuto nelle mobilitazioni dello scorso autunno contro il genocidio a Gaza”.
Il primo punto di incontro con i portuali genovesi è l’osservatorio sui traffici di armi. Riccardo Rudino, del Calp, ricorda cheall’apertura mostrata dalla sindaca Silvia Salis non ha ancora fatto seguito uno strumento operativo. Esiste un ordine del giorno votato dalla maggioranza del consiglio comunale, ma per ora non si è mosso nulla. “L’iniziativa dovrebbe prenderla l’Autorità portuale”, spiegano i portuali, “ma se non arriva una decisa spinta politica possiamo stare pur sicuri che non lo faranno mai, come non lo hanno fatto in questi anni”.
L’osservatorio è lo strumento che consentirebbe trasparenza sul rispetto della legge 185/90, che regola l’export di armamenti e vieta forniture verso paesi in guerra. Il problema non sono solo i carichi visibili, “il cannone, la jeep, l’elicottero”. Sono i container. “Quasi tutte le armi viaggiano smontate”, dicono i portuali. Senza accesso ai documenti e senza coordinamento tra Dogana, Autorità portuale, Capitaneria e Prefettura, controlli e blocchi restano affidati a segnalazioni episodiche. L’osservatorio servirebbe a far parlare gli enti tra loro, con il Comune nel ruolo di garante. A Ravenna, ricordano, il rispetto della 185/90 è entrato nel codice etico del porto: i terminalisti concessionari devono garantirlo, pena l’esclusione. A Genova quel vincolo non c’è.
La seconda questione è il blocco delle merci dirette a Israele. Rudino ribadisce che dal porto di Genova partono circa 15mila container verso Ashdod. Per uno scalo come Genova, sostiene, sono numeri gestibili: “Se ci fosse la volontà di tutte le organizzazioni sindacali, si potrebbero fare scioperi limitati a quei container, senza proclamare ogni volta uno sciopero generale”.
Il punto è non lasciare esposto il singolo lavoratore. “Se un gruista rifiuta individualmente di caricare un container”, spiega José Nivoi, del Calp e di Usb Mare e porti, “oggi rischia una contestazione disciplinare”. Il rifiuto può essere trattato come insubordinazione e portare fino al licenziamento. L’alternativa sarebbe lo sciopero, ma il preavviso previsto è di dieci giorni: troppo, quando la segnalazione di un carico arriva poche ore prima. Lo sciopero senza preavviso, a cui in passato i lavoratori portuali hanno fatto ricorso, è punito con multe pesanti per sindacato e lavoratori, aggravate dal decreto sicurezza.
Da qui nasce la proposta sull’obiezione di coscienza alla guerra nei luoghi di lavoro, che Usb vorrebbe allargare agli altri sindacati e alla società civile. “Non può limitarsi solo ai portuali”: l’appello riguarda ricercatori, tecnici, operai dell’industria bellica, personale universitario, lavoratori della logistica e dei trasporti. “Se una prestazione contribuisce direttamente o indirettamente alla produzione, alla ricerca, al trasporto o alla circolazione di armi, il lavoratore deve poter dire no ed essere assegnato ad altra mansione, senza sanzioni”, sintetizza Nivoi.
Gli esempi esistono già: obiezione per chi non vuole partecipare alla sperimentazione animale, per i ginecologi che non praticano l’interruzione volontaria di gravidanza, e prima ancora contro la leva militare obbligatoria. “Perché invece non posso rifiutarmi di caricare missili diretti a paesi in guerra?”, chiede Nivoi. Lo slogan del manifesto per un lavoro che rifiuta la guerra è: “Non con le mie mani, non con le mie conoscenze, non con il mio lavoro”. Tra i primi ad avvicinarsi alla campagna ci sono i lavoratori di Leonardo a Torino. Albanese raccoglie il punto: “Bisogna interpretare l’obiezione di coscienza come un diritto protetto dalla Costituzione”. Per lei la questione palestinese mostra un modello più largo: “Si tratta di contrastare il necrocapitalismo, una dimensione del capitalismo che da sempre si nutre di morte”.
Rudino insiste sulla necessità di obiettivi praticabili. Albanese concorda: “La piazza è fondamentale, però è un punto del percorso, non una destinazione“. Il passaggio, per i portuali, è trasformare la mobilitazione in strumenti verificabili: un osservatorio, un codice etico che vincoli i concessionari e una legge che protegga chi vuole disertare la filiera della guerra. Il discorso arriva alle elezioni del 2027. “Sarà essenziale chiedere conto a tutti i partiti delle politiche sulla corsa al riarmo, sulla Palestina e sulla guerra”, dice Albanese. “Continuare a investire sull’economia di guerra significa drenare risorse da altre parti. I proiettili non si mangiano, non ti curi coi proiettili e non impari niente dai proiettili”. Romeo Pellicciari, camallo, la butta lì: “Hai impegni per le prossime elezioni?”. Albanese risponde: “No, non ci pensare proprio. Siete voi che dovete fare politica”. La replica arriva a più voci ed è un classico del conflitto sindacale ai varchi portuali: “Noi facciamo casino e basta”.

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