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Sanzioni a Israele, tutti i veti dell’Italia. Ora il governo Meloni chiede misure contro il ministro Ben-Gvir, mentre blocca quelle al governo Netanyahu

Roma ha detto no alla sospensione dell’Accordo di associazione UE-Israele, misura che colpirebbe settori chiave dell'economia di Tel Aviv, e ha fatto dietrofront sulle restrizioni alle importazioni di beni dalle colonie ma per ora non ha rinnovato l'accordo di Difesa con le Idf
Sanzioni a Israele, tutti i veti dell’Italia. Ora il governo Meloni chiede misure contro il ministro Ben-Gvir, mentre blocca quelle al governo Netanyahu
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Antonio Tajani ha proposto a Kaja Kallas, Alto Rappresentante per la politica Estera dell’Ue, di imporre sanzioni individuali al ministro della Sicurezza Ben-Gvir “per gli inaccettabili atti compiuti contro la Flotilla, prelevando gli attivisti in acque internazionali e sottoponendoli a vessazioni e umiliazioni, violando i più elementari diritti umani”, ha annunciato il capo della Farnesina su X il 21 maggio. Le misure riguarderebbero limitazioni ai movimenti bancari, beni congelati e il visto del leader ultranazionalista di Potere Ebraico perché, ha precisato Tajani, le violenza inflitte agli attivisti sono solo sua responsabilità e non dell’intero governo Netanyahu. La proposta sarà all’ordine del giorno del prossimo consiglio degli Affari Esteri Ue in Lussemburgo, il 15 giugno. Per approvarla servirà l’unanimità e la Repubblica Ceca si è già detta contraria. Ma sul tavolo a Bruxelles ci sono molte altre misure assai più incisive che l’Italia ha bloccato o contribuito ad arginare.

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Gli accordi commerciali

Con l’aggravarsi della crisi umanitaria a Gaza, la Commissione e diversi Stati tra cui Spagna, Irlanda (che hanno depositato la richiesta formale) e Slovenia hanno proposto di sospendere l’Accordo di Associazione Ue-Israele. L’intesa – uno dei pilastri delle relazioni economiche tra Bruxelles e Tel Aviv – azzera i dazi industriali, abbatte quelli agricoli, apre ad appalti, servizi e capitali e include la cooperazione in tema di energia, ambiente e sicurezza. L’Articolo 2 vincola il trattato al rispetto dei diritti umani come “elemento essenziale” e la sua violazione permette la sospensione unilaterale. Se attivato, il ripristino dei dazi sarebbe un problema per Tel Aviv perché ne colpirebbe l’economia in settori chiave come la chimica, la tecnologia e l’agricoltura.

Il 21 aprile, durante il Consiglio Affari Esteri in Lussemburgo, il governo italiano si è fermamente opposto alla misura “perché si va a colpire la popolazione israeliana che non ha nulla a che vedere, spesso, con i fatti che commettono i militari e vengono addossati al governo”, ha detto Tajani. Una decisione che è valsa al governo Meloni un riconoscimento ufficiale da parte di Gideon Saar, ministro degli Esteri del governo Netanyahu: “L’Italia, nonostante tutte le difficoltà, sta difendendo Israele dai tentativi di imporgli sanzioni in seno all’Ue”. Schierata sul “no” c’è anche la Germania, che mantiene una linea di assoluta tutela verso lo Stato ebraico. Anche Ungheria, Austria e Repubblica Ceca, Bulgaria e Slovacchia si sono dette contrarie a misure economiche dure contro Israele.

Insediamenti illegali

Il 23 aprile Tajani ha detto in Senato che “la politica degli insediamenti deve finire, così come la violenza dei coloni estremisti” e “insieme ad alcuni partner europei, stiamo valutando positivamente anche la possibilità di restrizioni sulle importazioni di merci prodotte nella Cisgiordania occupata, una misura che colpisca le fonti di finanziamento delle reti di coloni estremisti“. Nel corso dei vertici a Bruxelles, tuttavia, la posizione italiana è apparsa molto più sfumata. L’11 maggio, a margine Consiglio Ue per gli Affari Europei a Bruxelles, Tajani ha frenato: “Per quanto riguarda possibili iniziative per sanzionare i coloni attraverso un blocco doganale dei loro prodotti, si aspetta una proposta della Commissione – ha detto il ministro – Vedremo quale sarà e vedremo se servirà l’unanimità o la maggioranza qualificata”. Che qualcosa sia cambiato lo si è capito anche dalle sue recenti dichiarazioni proprio in merito all’azione dei coloni: “Non è una colpa essere un colono (invece lo è secondo il diritto internazionale, ndr) – ha detto – Essere violento è una colpa”.

Sanzioni soft ai coloni violenti

Lo stesso 11 maggio il Consiglio ha raggiunto invece l’accordo politico per imporre nuove sanzioni contro i coloni israeliani ritenuti responsabili di atti di violenza contro civili palestinesi in Cisgiordania. Queste sanzioni “soft” prevedono il congelamento dei beni e il divieto di viaggio nell’Ue per le singole persone e organizzazioni radicali colpite, ma non toccano i flussi commerciali. A sbloccare la situazione è stata l’Ungheria: il nuovo premier Péter Magyar ha rimosso il blocco posto da Viktor Orbán. Le identità delle persone e degli enti coinvolti saranno pubblici quando la decisione verrà pubblicata nella Gazzetta ufficiale dell’Ue ma, secondo il quotidiano israeliano Haaretz, nel mirino sarebbero finiti Amana, la più grande società di costruzione di insediamenti in Cisgiordania, il movimento di coloni di estrema destra Nachala e la sua presidente ottantenne, Daniella Weiss; l’organizzazione per la protezione degli insediamenti Hashomer Yosh e il suo ex leader Avichai Suissa e l’organizzazione di estrema destra Regavim con il suo direttore, Meir Deutsch. L’Ue ha previsto misure anche per alcune figure di spicco di Hamas, ma non per Ben-Gvir e per il suo collega ministro Bezalel Smotrich nonostante i due abbiano forti legami con Nachala e Regavim.

I rapporti con le imprese nelle colonie

Il 22 maggio l’Italia ha firmato una dichiarazione congiunta sulla situazione in Cisgiordania con Regno Unito, Francia e Germania. “Il diritto internazionale è chiaro – affermano – : gli insediamenti israeliani in Cisgiordania sono illegali” e “le imprese non dovrebbero partecipare alle gare d’appalto per la costruzione di insediamenti E1 o di altri insediamenti. Dovrebbero essere consapevoli delle conseguenze legali e reputazionali derivanti dalla partecipazione alla costruzione di insediamenti, compreso il rischio di incorrere in gravi violazioni del diritto internazionale”. Al momento la dichiarazione non è stata tradotta in un atto giuridicamente vincolante, non comporta alcun divieto formale e non introduce sanzioni economiche o restrizioni commerciali, ma è un invito rivolto alle aziende a non prendere parte a progetti di costruzione negli insediamenti israeliani nell’area E1, che se realizzata taglierebbe in due il West Bank facendo cadere il principio della continuità territoriale.

L’accordo di difesa con Tel Aviv

Il 14 aprile, dopo che alcuni tank delle Israel Defense Forces avevano speronato due mezzi italiani della missione Unifil in Libano, il ministro della Difesa Guido Crosetto ha comunicato a Tel Aviv che “il governo ha deciso di sospendere il rinnovo automatico dell’accordo di Difesa con Israele“. Firmato a Parigi il 16 giugno 2003, il trattato traccia il quadro nel quale avviene la cooperazione nei settori difesa, intelligence e ricerca tecnologica tra l’esercito italiano e le Idf. La decisione blocca la nascita di nuovi progetti, ma non cancella i contratti industriali già in corso e l’accordo non è sospeso definitivamente. L’articolo 9, comma 3 prevede infatti che l’intesa duri 5 anni con rinnovo tacito, salvo che una delle parti comunichi per iscritto all’altra di non volere la proroga. In questo caso, Crosetto ha notificato a metà aprile al suo omologo Israel Katz la decisione del Roma di non procedere al rinnovo. Dalla data di ricezione della comunicazione da parte di Israele decorre un periodo di sei mesi durante il quale l’accordo continua a produrre effetti. Alla scadenza del termine l’intesa cessa di essere in vigore, salvo eventuali decisioni delle parti. L’intesa dovrebbe decadere quindi a metà ottobre, sempre che Roma non faccia un passo indietro.

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