5G e possibili effetti negativi sulle persone, l’esperto: “A Roma 15.000 antenne e non c’è un piano di localizzazione per i siti sensibili”
“Ben 15.000: tante sono a Roma oggi le antenne di telefonia mobile installate, un numero superiore ad altre grandi città europee. Proprio la capitale è un caso emblematico di ciò che accade quando politiche improntate alla semplificazione e alla deregulation, volute dal governo Meloni, si sommino alla mancata applicazione di un regolamento attraverso il piano di localizzazione degli impianti, come chiedono da tempo le associazioni”. È preoccupato degli impatti sul paesaggio ma soprattutto gli effetti sulla salute Giuseppe Teodoro, esperto e consulente giuridico degli enti locali in tema di elettrosmog e governo del territorio. Su questo tema in Campidoglio, è stato programmato dal Movimento 5 Stelle, il 20 maggio, un convegno dal titolo: “5G e inquinamento elettromagnetico: il punto su Roma”.
Quali sono le norme fondamentali che regolano questo settore?
Il punto di partenza è il Codice delle Comunicazioni Elettroniche del 2003, la norma principale che affida ai comuni il compito di autorizzare o meno gli impianti. L’altra norma fondamentale è la Legge quadro sull’inquinamento elettromagnetico, che risale al 2001 e consente sempre ai comuni di regolamentare la presenza degli impianti sul proprio territorio attraverso un regolamento e un piano di localizzazione. Sono strumenti che però molti comuni neanche conoscono.
L’evoluzione tecnologica corre velocissima. È un problema?
Si sono succeduti tantissimi passaggi. Nel 2018 è arrivato il 5g. Ma il 5g di ultima generazione, quello delle onde millimetriche e dell’IoT (Internet of things), che ad esempio farà parlare gli elettrodomestici, sta arrivando solo ora e si basa su frequenze ancora poco studiate.
Quali studi ci sono a livello scientifico sull’impatto sulla salute?
L’Istituto Superiore di Sanità e il Ministero della Salute non hanno mai rilasciato alcun parere di compatibilità per queste tecnologie 5g rispetto alle precedenti, per le quali c’è stato invece uno studio approfondito che ha portato a evidenziare come a determinate frequenze i campi elettromagnetici possano essere nocivi per la salute. Non a caso l’Organizzazione Mondiale della sanità le ha classificate come “possibili cancerogeni”. Ma con il 5g questo non è avvenuto.
E le politiche degli ultimi governi?
In particolare, quest’ultimo governo si è distinto per adottare riforme che semplificano le procedure per i comuni. Non solo. Il governo Meloni ha modificato la norma per cui i Comuni avevano l’obbligo di pubblicizzare le antenne, stabilendo che la mancata pubblicizzazione non può essere motivo di annullamento in sede giudiziale, una norma palesemente incostituzionale. E poi ha abbassato anche le soglie di pericolosità, in una norma inserita nella Legge sulla concorrenza che ha raddoppiato i limiti di legge, ovvero le soglie di tolleranza da 6 volt/metro a 15 volt/metro. Certo, molti paesi hanno una soglia ancora più alta, ma spesso hanno forme molto più stringenti di regolamentazione a livello locale. A Londra o Berlino non troverai mai le torri e i tralicci enormi che trovi a Roma.
L’autorizzazione finale, in ogni caso, resta ancora ai comuni?
Sì, nonostante gli operatori sostengano trattarsi di opere di urbanizzazione primaria, come l’elettricità. Poi ci sono altre autorizzazioni: quelle delle Arpa regionali, che verificano il rispetto delle soglie di legge e il parere della Soprintendenza per le zone vincolate. Entrambe possono incidere sull’iter e la regola del silenzio assenso dei 60 giorni in questi casi non trova applicazione. Anche se la Soprintendenza non si pronuncia, come nel caso della nota antenna del Celio a Roma, ma si esprime successivamente con un parere negativo, il Comune deve predisporre l’annullamento.
Qual è la situazione a Roma?
A Roma l’elevato indice di urbanizzazione rende difficile trovare una soluzione. Se il comune utilizzasse in maniera virtuosa lo strumento messo a disposizione dalla legge, ovvero il regolamento, unito a un efficiente piano di localizzazione, il problema si potrebbe arginare più efficacemente.
Come si realizza questo piano?
È un complesso studio urbanistico e ambientale del territorio, adottato con l’ausilio di mappe interattive, ove vanno inseriti i dati relativi ai siti sensibili (scuole, ospedali, case di cura e di risposo, aree ad alta frequentazione), alle aree ed edifici ascrivibili al patrimonio comunale nonché quelle protette dal punto di vista archeologico e paesaggistico. Dall’incrocio di tali informazioni si estrapolano, in accordo con gli operatori TLC le aree potenzialmente idonee ad installare.
La giunta Gualtieri cosa ha fatto?
Nulla di questo, anzi nel 2023 il sindaco voleva abrogare il Regolamento per farne un altro, poi, sollecitato dalle proteste di cittadini e associazioni, è tornato indietro. Nel settembre 2024 è stato approvato il Regolamento attualmente in vigore, che però è privo di un piano di localizzazione. C’è da dire poi che Roma sta spingendo il 5g attraverso le microcelle installate ovunque, dalle fermate della metro ai pali di illuminazione. Sicuramente si risolve il problema estetico, almeno in parte, ma resta l’interrogativo sulla salute. Sarebbe urgente uno studio epidemiologico di Comune e Regione, come sta facendo la Toscana.
La denuncia che gira sul web per cui si abbatterebbero gli alberi per il 5g è vera?
Non mi sento dire che sia infondata, perché il 5g ha delle frequenze molto sensibili e risente degli ostacoli in misura maggiore rispetto alle altre tecnologie: davanti un palazzo il segnale si blocca, ma anche se ci sono fronde di piante o alberi; dunque, non è peregrina l’idea che in alcuni contesti si stia sfoltendo con l’obiettivo di conquistare spazi per le microcelle 5G. Comunque il messaggio del convegno a Roma non è quello di bloccare le antenne, ma regolamentarle in maniera chiara, efficace e soprattutto trasparente.