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Cronaca

Ultimo aggiornamento: 9:02

Travaglio al Salone del libro: “Sulle guerre le fake news dei media vanno tutte nella stessa direzione per orientare l’opinione pubblica”

Il direttore ha parlato anche del caso Minetti: per la "stampa corazziera" il Presidente della Repubblica "ha sempre ragione". E la stampa di centrodestra ha "condonato e prescritto, anzi beatificato tutto il mignottume berlusconiano"
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“I social sono pieni di fake news esattamente come i media tradizionali. Ma, a differenza dei media tradizionali, non vanno tutte nella stessa direzione”. Marco Travaglio presenta così, domenica 17 maggio al Salone del Libro di Torino, l’incontro “Si vis bellum, spara balle. Dalle guerre al referendum“. Il bersaglio è il racconto pubblico delle guerre, ma anche quello della giustizia: propaganda, mezze verità, campagne costruite per orientare opinione pubblica e scelte politiche.

Il primo terreno è l’Ucraina. Per il direttore del Fatto Quotidiano, chi in questi anni ha sostenuto la necessità di un negoziato con la Russia è stato bollato come “putiniano” e inserito in “liste di proscrizione”. Ora, dice, molti arrivano alla stessa conclusione: “Bisognerà parlare con la Russia perché purtroppo Putin non è morto”. Si sarebbe potuto farlo prima, aggiunge, “per ragioni nobili che si chiamano pace, disarmo, dialogo, sicurezza reciproca, diplomazia”. Invece, secondo la sua lettura, ci si arriverà per una ragione meno nobile: “Perché altrimenti non si accende il condizionatore“.

Nel mirino entra anche il riarmo europeo. Travaglio contesta l’idea che l’Europa debba spendere decine di miliardi in più in armamenti “contro chi non si sa”, mentre gli Stati Uniti di Donald Trump si allontanano dal continente. Un’occasione, sostiene, per smettere di combattere “i nemici degli americani”. La responsabilità, nella sua ricostruzione, ricade sulle classi dirigenti europee, sul regime russo che ha invaso l’Ucraina e sul governo ucraino, “che noi abbiamo aiutato a sbagliare, aiutandolo con le armi anziché con la diplomazia”.

Poi il referendum sulla giustizia. Anche lì, per Travaglio, le “balle” hanno prodotto rigetto: gran parte dei partiti spingeva per il sì, ma ha vinto il no. Il punto, dice, è il doppio binario: una giustizia che va bene quando colpisce “i poveracci” e diventa un problema quando riguarda “i signori”. Anni di modifiche bipartisan che hanno portato a due codici, “uno per i cittadini di serie A e uno per i cittadini di serie B”.

L’ultimo passaggio riguarda il caso Minetti e la grazia concessa da Sergio Mattarella, con i retroscena rivelati dal Fatto Quotidiano. Travaglio rivendica la notizia e attacca quella che descrive come una doppia cintura di protezione. Da un lato, dice, la “stampa corazziera”, per cui, da Napolitano in poi, il Presidente della Repubblica “ha sempre ragione”. Dall’altro, la stampa di centrodestra, per cui “tutto il mignottume berlusconiano è condonato e prescritto, anzi beatificato”. In mezzo, aggiunge, ci sono i giornali che non hanno la notizia e provano a smontare quella degli altri.

Da qui il passaggio sui soldi pubblici all’editoria. Per Travaglio un giornale deve reggersi su chi lo compra e lo legge, non sull’elemosina al governo di turno. Usa l’immagine del panettiere: se nessuno entra, il pane è cattivo; se però altri vendono pane scadente a un decimo del prezzo perché incassano aiuti pubblici, la concorrenza si altera e la qualità peggiora. Chi vive dei lettori, dice, ha “il peperoncino nel culo”: deve cercare notizie ogni giorno. Chi aspetta le provvidenze pubbliche può stare tranquillo, e i risultati li vediamo.

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