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Garlasco – L’avvocato dei Poggi, Tizzoni: “L’inchiesta su Sempio bypassa i punti centrali della condanna di Stasi. Non vedo spazio per una revisione”

Il legale di parte civile dice di essere "un po’ sorpreso" per la "mole di incontri e interlocuzioni molto frequenti" tra Procura di Pavia e difesa di Stasi. Critiche anche all’impostazione dell’indagine: "la famosa camminata viene liquidata in una paginetta" e "la bicicletta nera è uscita dalla scena"
Garlasco – L’avvocato dei Poggi, Tizzoni: “L’inchiesta su Sempio bypassa i punti centrali della condanna di Stasi. Non vedo spazio per una revisione”
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“Non si può immaginare una revisione del processo togliendo quello che non piace e che non torna ma senza spiegarlo”. Parte da qui la riflessione dell’avvocato Gian Luigi Tizzoni, legale della famiglia Poggi, che interviene sulla nuova inchiesta della Procura di Pavia sul delitto di Garlasco e sull’indagine che vede indagato Andrea Sempio. Parlando con i giornalisti fuori dal Tribunale di Milano, dopo aver estratto copia degli atti a Pavia lo scorso weekend, il legale esprime un giudizio fortemente critico sull’impostazione del nuovo filone investigativo. Tizzoni si dice infatti “un po’ sorpreso” della “mole di incontri e di interlocuzioni veramente molto frequenti” tra inquirenti, Procura di Pavia e “la difesa” dell’ex fidanzato di Chiara Poggi che emergerebbero dalla documentazione dell’inchiesta.

“La famiglia ha sempre collaborato”

Lo storico legale di parte civile respinge anche le contestazioni rivolte ai familiari di Chiara, accusati nelle ultime ore di essersi posti in modo ostativo rispetto alle nuove verifiche e di aver modificato nel tempo alcune ricostruzioni. Su questo punto Tizzoni replica con fermezza: “La casa dei Poggi è sempre stata messa a disposizione, magari anche nell’occasione in cui hanno messo le famose cimici di cui abbiamo avuto riscontro sui giornali con le intercettazioni dei familiari”. E aggiunge: “La collaborazione è sempre stata massima e doverosa”.

Secondo il legale, però, i familiari della vittima sarebbero oggi profondamente amareggiati dall’evoluzione dell’inchiesta: “Particolarmente dispiaciuti e demoralizzati nell’aver visto come questa inchiesta sia stata unidirezionale, volta sostanzialmente a sconfessare la responsabilità di Stasi che è stata accertata in questo palazzo, poi in Cassazione, confermata più volte sia dalla Suprema Corte che dalla Corte europea dei diritti dell’uomo”.

Accanimento

Da qui la valutazione complessiva dell’avvocato: “Quindi l’idea della famiglia è che la Procura di Pavia – conclude – sia sia accanita nel cercare di sconfessare quanto già stabilito nelle aule ma che lo avrebbe fatto anche in maniera abbastanza deludente perché, quello che leggo, è un lavoro che può sembrare mastodontico ma che non va a colpire i punti centrali della vicenda”. Nel mirino del legale finiscono infatti alcuni snodi chiave dell’impianto probatorio già cristallizzato nei processi a carico di Alberto Stasi.

In particolare, Tizzoni contesta che l’inchiesta su Andrea Sempio avrebbe “bypassato i punti centrali della condanna di Alberto Stasi” e osserva come non sia possibile selezionare solo alcuni elementi del quadro giudiziario. Tra i passaggi più critici c’è quello sulla cosiddetta “camminata” attribuita a Stasi: “la famosa ‘camminata’ viene liquidata in una paginetta, non viene trattata minimamente dal Ris di Cagliari né dagli altri consulenti che dovevano confrontarsi semmai con la perizia Testi-Bitelli-Vitturari del 2014 e che, all’epoca, fecero una perizia geomatica, che non viene proprio considerata”.

La bici nera, la scarpa 42 restano lì

Anche la bicicletta nera, uno degli elementi storici dell’indagine, viene richiamata con stupore: “È oggettivamente strano e non riesco a capacitarmene di come sia uscita dalla scena la bicicletta nera”. E ancora: “Ma quella bicicletta è lì negli atti, da sempre anche il giudice Vitelli che assolse Stasi la ritenne importantissima come bicicletta dell’assassino”. Per il legale, la nuova attività investigativa non sarebbe in grado di scalfire l’impianto delle sentenze definitive: “Dalla lettura delle consulenze non emergano realmente elementi che possano sconfessare la sentenza passata in giudicato a carico di Stasi, proprio non vedo spazio per una revisione”. Il riferimento è alle consulenze medico-legali della dottoressa Cristina Cattaneo, a quelle informatiche e alle analisi del Ris, che secondo Tizzoni non introdurrebbero elementi realmente innovativi rispetto a quanto già stabilito.

La scarpa rimane un numero 42, “sostanzialmente nessuno l’ha messa in discussione. In un’ipotesi molto lontana per cui questa scarpa potesse andar bene a Sempio, non vuol dire che non va più bene a Stasi. Se parliamo di revisione bisogna dimostrare che quella scarpa non va più bene a Stasi, non metterci dentro chiunque passa”. Inoltre, nella Bpa “non si dà atto che l’assassino abbia chiuso la porta a libro, Stasi lo scopritore dice che ha trovato la porta chiusa. Se il Ris oggi ricostruisce la scena dicendo che la porta è rimasta aperta vuol dire che Stasi ha mentito; il problema è conoscere gli atti, le sentenze” rimarca.

Anche nella consulenza informatica della Procura di Pavia “non ho visto tutti questi riscontri informatici che rafforzerebbero la tesi accusatoria. Nella relazione si dà atto della possibilità che Chiara abbia aperto la cartella ‘militare’ non solo alle 22 (del 12 agosto 2007, la sera prima del delitto, ndr) come abbiamo sostenuto noi, ma addirittura immagina che questo potrebbe essere avvenuto anche successivamente nella serata. Quindi tornando al famoso movente del motivo di litigio (di coppia tra la vittima e Stasi, ndr), nella consulenza si apre anche questa finestra” conclude il legale.

L’impronta 33

L’unico punto ancora aperto, secondo il legale, riguarda l’impronta 33: “L’unico tema che rimane e a me dispiace veramente che rimanga da esplorare è l’impronta 33”. Su questo elemento, attribuito dalla Procura ad Andrea Sempio, Tizzoni segnala però perplessità tecniche: “Il nostro dattiloscopista e, leggo negli atti, anche altri, hanno forti perplessità che abbia il numero di minuzie per essere attribuita non a Sempio ma a chicchessia”. Per Cassazione il numero necessario per attribuire un’impronta è 17 punti.

Infine, il legale ricorda anche una sua precedente richiesta: “Avevo chiesto all’epoca di sottoporla in incidente probatorio e di farla verificare da un perito terzo”, sottolineando come “sarebbe stato economico, anche in termini di tempo e di costi” approfondire subito quell’aspetto. La procura di Pavia aveva respinto l’istanza della parte civile di sottoporre – come per tantissimi altri elementi è stato fatto – l’impronta 33, ma dagli inquirenti era arrivato un rigetto che aveva innescato una ulteriore tensione.

Dagli esiti dell’incidente probatorio come è noto, non è emerso nessun elemento che possa diventare prova in un processo. Il Dna sulle unghie – compatibile con la linea parentale maschile della famiglia Sempio – è misto, incompleto e parziale la perita Denise Albani – nominata dalla giudice per le indagini preliminari di Pavia – ha specificato che ci possa essere una attribuzione certa: “Nessuna identificazione”. Differente l’esito sui resti della spazzatura – mai prima analizzata – con i possibili resti della colazione della mattina del 13 agosto 2007. La genetista ha estratto i Dna della vittima e dell’allora fidanzato.

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