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Dl Sicurezza, il Colle obbliga il governo allo stop: ipotesi emendamento per cancellare la norma pro-remigrazione. Poi il dietrofront

Mattarella riceve Mantovano e minaccia di non firmare la conversione in legge. Con la modifica il decreto tornerà al Senato: corsa contro il tempo per evitare la decadenza
Dl Sicurezza, il Colle obbliga il governo allo stop: ipotesi emendamento per cancellare la norma pro-remigrazione. Poi il dietrofront
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La norma proremigrazione rischia di far saltare la conversione in legge del nuovo decreto Sicurezza. Dopo le perplessità fatte filtrare dal Quirinale, il sottosegretario alla Presidenza del Consiglio Alfredo Mantovano si è recato al Colle per un colloquio con il capo dello Stato Sergio Mattarella, pronto a non firmare il provvedimento – come ha anticipato il Fatto Quotidiano – se al suo interno resterà la previsione, introdotta durante l’esame al Senato, di un compenso economico agli avvocati che assistono gli stranieri nelle procedure di rimpatrio volontario. Così alla Camera, su richiesta delle opposizioni, è stata sospesa la seduta congiunta delle Commissioni Affari costituzionali e Giustizia che stanno discutendo a velocità lampo il testo, da convertire entro il 25 aprile pena la decadenza. In un primo momento era emerso che il governo stesse lavorando a un emendamento soppressivo per modificare la norma, che avrebbe obbligato il provvedimento a tornare al Senato in terza lettura con tempi ridotti all’osso: al Colle, infatti, non è bastato l’impegno a intervenire con un provvedimento successivo. Ma in tarda serata, proprio l’ipotesi emendamento è stata bloccata.

Il decreto è atteso in Aula a Montecitorio martedì mattina: le Commissioni attendono le decisioni finali per procedere poi con una seduta notturna. Anche se, in tarda serata, dal Pd è stato chiesto un rinvio dei lavori a causa dei “tempi strettissimi”, come denunciato dalla capogruppo Simona Bonafè: “Anche se verrà presentato un emendamento non ci sarebbero i tempi per esaminarlo e subemendarlo. Non possiamo accettare questa ulteriore forzatura, chiediamo di rinviare a domani la Commissione”.

Le proteste delle opposizioni

Nel pomeriggio, la notizia della “missione” di Mantovano al Colle ha portato il centrosinistra a chiedere all’unisono la sospensione dei lavori, accordata fino alle 21 dal presidente della Commissione Giustizia Ciro Maschio (Fratelli d’Italia) “in attesa di eventuali decisioni formali”. Dopo l’articolo del Fatto che pronosticava il rifiuto di Mattarella di firmare il testo, i deputati di opposizione avevano chiesto di “verificare con governo e presidente della Camera” se ci fossero “le condizioni per proseguire l’esame del provvedimento e per evitare un conflitto istituzionale da scongiurare assolutamente”, come ha spiegato Filiberto Zaratti, capogruppo di Alleanza Verdi e Sinistra in Commissione Affari costituzionali. Dal M5s è intervenuta Carmela Auriemma: “Siamo preoccupati”, ha detto, chiedendo “un supplemento di riflessione” per scongiurare “uno strappo brutto e doloroso”. Anche Federico Gianassi, capogruppo del Pd in Commissione Giustizia, insiste sulla “necessità di fermare i lavori per tutti gli accertamenti del caso. Stiamo discutendo di una norma che anche Forza Italia, attraverso il suo capogruppo Costa, ha messo in discussione affermando che deve essere modificata. Siamo al caos e allora ci chiediamo: perché non fermarsi e approfondire davvero? Perché procedere senza chiarire nodi così rilevanti?”. Ma dal presidente della Commissione Affari costituzionali, Nazario Pagano di Forza Italia, era arrivata una netta chiusura: “Se mi si chiede di sospendere i lavori soltanto per indiscrezioni giornalistiche, è chiaro che non posso farlo“, ha tagliato corto.

Schlein: “Maggioranza in confusione”

Dal Pd è intervenuta la segretaria Elly Schlein: “Il centrodestra è in stato confusionale, i partiti della maggioranza sono tutti occupati a risolvere i loro guai e beghe interne, mentre la linea al governo provano a dettarla Casapound e Vannacci. Dopo la sonora sconfitta referendaria, incurante del voto degli italiani, il governo ci riprova sulla giustizia. Adesso tenta di rimetterci le mani per costringere gli avvocati a farsi esecutori della volontà politica, minando il principio costituzionale del diritto alla difesa. Va ricordato a Meloni che gli avvocati sono chiamati a difendere i diritti e gli interessi del proprio assistito, e non del governo di turno”, affonda. Il capogruppo dem al Senato Francesco Boccia parla di “una aberrazione”: “Un decreto che piega la funzione dell’avvocato, mette in discussione l’indipendenza della difesa e rende più fragile il diritto di difesa dei più vulnerabili, non garantisce più sicurezza ma crea solo un arretramento delle garanzie costituzionali. Per queste ragioni insistiamo e chiediamo con forza che questo decreto non venga convertito. Ci aspettiamo che alcune forze di maggioranza prendano atto che questo è un provvedimento autoritario e culturalmente fascista. Se la maggioranza non intende essere ricordata per aver calpestato e piegato il diritto alle esigenze del potere, lo dimostri con un atto chiaro: lasci decadere questo provvedimento”, chiede.

Polemiche in Commissione: “Azzerato il Parlamento”

L’esame in commissione del decreto era già iniziato tra le tensioni a causa dell’iper-compressione dei tempi del dibattito: il provvedimento, infatti, è stato approvato solo venerdì al Senato e dev’essere convertito in legge entro sabato – cioè entro sessanta giorni dall’entrata in vigore – per evitare la decadenza. L’arrivo in Aula del testo è stato calendarizzato in Aula già per martedì 21 alle 9, riducendo quindi a una manciata di ore la discussione nelle Commissioni riunite, dove sono stati presentati 1.231 emendamenti: gli organi sono convocati a oltranza e probabilmente si arriverà a notte fonda. “Il governo azzera il Parlamento e noi non ci renderemo complici di questa farsa”, denuncia Roberto Giachetti, annunciando l’abbandono dei lavori in Commissione da parte di Italia viva. Valentina D’Orso, capogruppo M5s in Commissione Giustizia, ha definito “una buffonata” la previsione di “tempistiche talmente rigide da non poter svolgere il nostro lavoro”. Dal Pd Laura Boldrini chiama in causa Lorenzo Fontana: “Vorrei chiedere al presidente della Camera come si può consentire che il ruolo del Parlamento venga umiliato in questo modo. Non vorrei fosse ricordato come il presidente che non ha tutelato questa istituzione”, incalza. Chiede un intevento di Fontana anche Filiberto Zaratti, capogruppo di Avs in Commissione Affari costituzionali: “La maggioranza si fermi. Non c’è nessun obbligo a convertire i decreti, rimettete in campo una discussione organica e ordinata su questo testo, perché non siamo messi nelle condizioni di svolgere il nostro ruolo”.

La lettera a Fontana

A rivolgersi ufficialmente al presidente della Camera sono state le capogruppo in Aula di Pd e Verdi e Sinistra, Chiara Braga e Luana Zanella: “È in corso un tentativo da parte della maggioranza di indebolimento del procedimento legislativo che sempre più rischia di compromettere la capacità dell’Assemblea di deliberare in modo pienamente informato, anche su aspetti sensibili come diritti fondamentali e profili costituzionali”, scrivono in una lettera. Braga e Zanella lamentano in particolare la mancata convocazione di sei commissioni (su otto) che dovrebbero esprimere i pareri obbligatori sul decreto: “Tale circostanza”, scrivono, “si inserisce in un quadro procedurale già compromesso, alla luce delle modalità con cui il decreto-legge è stato esaminato nel precedente ramo del Parlamento e della inaccettabile ristrettezza dei tempi disponibili presso la Camera. In tale contesto, la mancata attivazione della sede consultiva determinerebbe un ulteriore vulnus al corretto procedimento legislativo”, denunciano, chiedendo a Fontana di “assumere le necessarie iniziative”. Nei giorni a Fontana aveva scritto anche il segretario di +Europa Riccardo Magi, che, non avendo ricevuto risposta, si è rivolto direttamente a Mattarella chiedendo un incontro urgente per denunciare le modalità di approvazione del decreto, definite “un vero allarme costituzionale”.

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