Il Senato approva il dl Sicurezza. Il Csm sul fermo preventivo: “Troppi poteri alla polizia, a rischio rispetto diritti umani”
Il nuovo fermo preventivo lascia “margini eccessivamente discrezionali all’operatore di polizia, col rischio concreto di possibili derive verso un modello di prevenzione fondato su presunzioni di pericolosità astratta anziché su comportamenti effettivamente in atto, e, soprattutto, di una possibile frizione della disposizione (…) con gli obblighi internazionali di rispetto dei diritti umani ai quali l’Italia è vincolata”. Lo afferma il Consiglio superiore della magistratura nel parere sull’ultimo decreto Sicurezza firmato dal ministro dell’Interno Matteo Piantedosi, varato dal governo a febbraio e appena approvato dal Senato, che ha dato il primo via libera alla conversione in legge con 96 favorevoli e 46 contrari: martedì il provvedimento sarà già in Aula alla Camera, in una corsa contro il tempo per l’approvazione entro la scadenza del 25 aprile. Il documento del Csm, approvato nell’ultima seduta dopo un lungo dibattito – 15 i voti a favore, sei i contrari e sette gli astenuti – dà un giudizio preoccupato sulla previsione più discussa del decreto: la possibilità per le forze dell’ordine, in occasione di manifestazioni, di “accompagnare nei propri uffici”, trattenendole per un massimo di 12 ore, persone “rispetto alle quali sussista un fondato motivo di ritenere che pongano in essere condotte di concreto pericolo per il pacifico svolgimento” dell’evento di piazza, anche se non hanno commesso alcun reato. Uno strumento, sottolinea il parere, che “incide sul nucleo essenziale di alcune libertà fondamentali del singolo, ponendosi in un’area di delicatissimo bilanciamento tra esigenze di ordine pubblico e diritti fondamentali”.
Secondo l’organo di autogoverno dei magistrati, infatti, “l’accompagnamento del “fermato” negli uffici di polizia e il relativo trattenimento fino a 12 ore, oltre a precludergli la possibilità di partecipare alla manifestazione (limitandone dunque le libertà costituzionali di riunione e manifestazione del pensiero), integrano anche quella “mortificazione della dignità dell’uomo che si verifica in ogni evenienza di assoggettamento fisico all’altrui potere” (citazione da una sentenza della Corte costituzionale, ndr) e dunque una forma di “restrizione della libertà personale” ai sensi dell’articolo 13 della Costituzione”. Per questo, si legge, il Parlamento “dovrebbe introdurre specifici obblighi (allo stato assenti) di verbalizzazione e motivazione dell’operato della polizia giudiziaria operante”, in modo da consentire al pm, che deve dare il suo assenso al fermo, “di effettuare un effettivo controllo di legalità”. Un’ulteriore criticità riguarda “l’omessa indicazione della specifica finalità” del fermo: la norma, infatti, prevede che i fermati possano essere accompagnati in caserma o in Questura “per il tempo strettamente necessario ai fini del compimento dei conseguenti accertamenti di polizia”. Ma questi accertamenti, sottolinea il Csm, “non si precisa quali siano“: un’omissione che avrà l’effetto di “ampliare in maniera irragionevole la già ampia discrezionalità degli operatori di polizia”. In conclusione, si legge, la nuova norma, “si muove su un crinale costituzionalmente molto sensibile sicché, ai fini della relativa compatibilità con gli articoli 13, 17 e 21 della Costituzione e 5 della Convenzione europea dei diritti dell’uomo, appare auspicabile che, in sede di conversione, si apportino le modifiche funzionali a conformare il nuovo istituto ai principi costituzionali e sovranazionali”.
Tra le altre misure, il decreto contiene una stretta pesantissima sulla vendita e la circolazione di armi da taglio, pensata come rimedio ai casi di violenza giovanile. Su questo tema, nel corso dell’esame al Senato il centrodestra ha corretto un effetto paradossale del decreto, segnalato dal Fatto nelle scorse settimane: il divieto assoluto – pena il carcere fino a tre anni – di portare fuori casa coltellini pieghevoli con blocco della lama e lunghezza superiore a cinque centimetri. La norma approvata dal governo, infatti, non contemplava alcun “giustificato motivo” per il porto di questo tipo di lame, paragonate alle armi vietate come pugnali e katane, con l’effetto di trasformare in potenziali criminali artigiani, soccorritori, escursionisti, boyscout o chiunque abbia con sé un coltellino per lavoro o per svago. Il pasticcio è stato sistemato con l’approvazione di tre emendamenti identici firmati rispettivamente da Fratelli d’Italia, Forza Italia e Lega: “Siamo intervenuti evitando che la misura, voluta per questioni di ordine pubblico, colpisse le categorie venatorie ed escursionisti, che sono molto attivi nei nostri territori. Nessun freno all’attività di quanti frequentano le campagne, le montagne e portano avanti attività fondamentali”, affermano i senatori del Carroccio Giorgio Bergesio e Marco Dreosto.
Al momento del voto a palazzo Madama, i senatori di centrosinistra hanno sollevato cartelli con la scritta “Governo Meloni: meno sicurezza, meno diritti”. Negli inteventi in Aula, le opposizioni hanno battuto sull’assenza di Piantedosi e della premier Giorgia Meloni tra i banchi del governo: “Il provvedimento più importante dell’anno si approva in assenza, si vorrebbe dire in contumacia, della presidente del Consiglio, in tutt’altre faccende affaccendata, ma anche del ministro degli Interni”, ha arringato Matteo Renzi. “Dov’è il ministro Piantedosi, che tanta retorica una settimana fa ci ha voluto regalare alla festa della Polizia, togliendosi l’abito del ministro tecnico e del prefetto e attaccando le opposizioni, forse per mascherare altri problemi soggettivi?”, ha affondato, in riferimento al caso della sua presunta amante, la giornalista Claudia Conte. “Noi oggi abbiamo un incantesimo, quello di Giorgia Meloni, che è svanito, e la sicurezza è il simbolo di questo incantesimo svanito”, attacca il leader di Italia viva. Per il capogruppo del M5s Luca Pirondini, “la poltrona vuota di Matteo Piantedosi è il segno più evidente di un provvedimento che nasce già vecchio, già inefficace, già destinato a essere sostituito dal prossimo decreto urgente. Siamo già al quarto, forse quinto intervento sulla stessa materia: si iniziò con il decreto rave, si è proseguito a colpi di slogan con zero risorse. Quando devi riscrivere le regole sulla sicurezza ogni mese, il messaggio è semplice: le precedenti non hanno funzionato. Sulla sicurezza si è consumato uno dei peggiori fallimenti del governo Meloni”, afferma in una nota.