La notizia ci piombò addosso il 15 aprile 2011: hanno ucciso Vittorio Arrigoni! Noi stavamo organizzando il Campus di Biennale Democrazia a Torino con centinaia di ragazzi e di ragazze: ne parlammo subito, insieme.

Vittorio era per molti di noi un punto di riferimento, un compagno di quel “Movimento dei movimenti” che come l’acqua scorre dappertutto, prendendo forme differenti e riempiendo ogni spazio possibile. Fummo invitati a partecipare al suo funerale, che si svolse in un Palazzetto gremito di una umanità solidale, fatta di uomini e donne che per lo più non si conoscevano tra di loro ma che si riconoscevano immediatamente.

Quando presi la parola durante quella cerimonia stringevo in mano in sacchetto di terra, che avrei poi consegnato alla mamma di Vik, Egidia: terra liberata dalla mafia che proveniva dalla cascina di San Sebastiano da Po, confiscata alla ‘ndrangheta e che noi stavamo presidiando e trasformando nella “Cascina Bruno e Carla Caccia” (Bruno Caccia, Procuratore della Repubblica di Torino, era stato assassinato proprio per ordine della ‘ndrangheta basata in quella cascina, il 26 giugno 1983).

Anni dopo, nell’estate del 2014, attraversai i luoghi di Vik con una delegazione di parlamentari italiani partiti con una missione in Israele e Palestina promossa da Luisa Morgantini, che era stata (tra l’altro) vicepresidente del Parlamento europeo. Fui colpito dall’affetto e dal rispetto col quale Vittorio veniva ricordato da tutti coloro che, da una parte e dall’altra, cercavano di far prevalere la logica della nonviolenza alla follia delle armi.

Sono passati 13 anni dall’assassinio di Arrigoni e tre cose mi paiono oggi di una importanza irrinunciabile della sua esperienza di lotta.
Vittorio è stato un giornalista-giornalista, di quelli per i quali raccontare onestamente quello che accade è la leva necessaria per cambiare il mondo: chi non “sa” la realtà vive infatti in un mondo di miti e propaganda, in un mondo dominato da chi ha più potere.

Oggi i giornalisti ficcanaso sono sempre di più il primo, se non addirittura l’unico, target della violenza criminale agita tanto dalle mafie quanto dai poteri che si pretendono legittimi ma che hanno smarrito il senso del limite. I segnali che il governo italiano degli eredi-al-quadrato (del Duce e di Berlusconi) sta dando in questa direzione sono chiari e inquietanti, tanto da aver spinto l’Usigrai a diffondere un comunicato di inaudito allarme, che senza mezzi termini accusa il governo di voler trasformare la Rai nel proprio megafono.

Vittorio con il suo “Restiamo umani” ha rappresentato e rappresenta tutti coloro che per fare la pace preparano la pace e non la guerra. Preparare la pace per fare la pace non è vuoto sentimentalismo da anime belle, ma una precisa scelta culturale e politica che conduce a decisioni concrete in ogni campo del sociale, dall’economia alla scuola.

E anche qui i segnali vanno completamente in direzione opposta: la guerra è tornata prepotentemente nel discorso pubblico, vestita da dura ma necessaria modalità di governo delle cose, con tutto il suo corredo di orrende conseguenze, tra le quali la normalizzazione del concetto di “rappresaglia”, di cui pensavamo di aver fissato l’infame significato una volta per tutte nelle lapidi delle Fosse Ardeatine.

Invece il solito governo italiano non si è fatto sfuggire l’occasione per attaccare la legge 185 sul commercio di armi, puntando a svuotarla completamente in modo da favorire ulteriormente gli interessi di chi con la guerra si arricchisce, con buona pace di Papa Francesco che non perde occasione per denunciare il rapporto tra il moltiplicarsi delle guerre e i profitti dell’industria delle armi.

Vittorio con il suo restare a Gaza sotto i colpi dell’operazione Piombo Fuso dell’esercito israeliano, a dispetto di ogni convenienza personale e declinando ogni invito a mettersi in salvo, ci ha ricordato ancora una volta una verità scomoda ma bellissima: l’umanità una è e gli esseri umani ovunque sulla Terra hanno la medesima dignità e aspirano alla medesima libertà: in questo sono più simili di quanto le differenze culturali e materiali li possano rendere diversi.

Per dirla con le parole di Elly Schlein: guai a lasciare l’internazionalismo ai nazionalisti! L’internazionalismo alternativo all’impostura nazionalista, l’internazionalismo antico e giovanissimo è quello che presuppone una invitta idea rivoluzionaria: gli uomini nascono tutti liberi ed eguali.

Le circostanze in cui Vittorio Arrigoni venne ucciso restano poco chiare, alcuni aspetti di quel sequestro e di quella esecuzione alimentano ancora oggi molte domande. Una su tutte: cosa ha fatto la giustizia italiana? Cosa potrebbe ancora fare? Chissà cosa pensarono nel 2011, quando seppero della morte di Arrigoni, Andy Rocchelli, Mario Paciolla, Giulio Regeni, che poi a loro volta avrebbero pagato l’amore per la verità e il dovere di raccontarla.

Forse non è troppo tardi perché qualcuno a Roma apra un nuovo fascicolo e lo metta accanto a questi altri. In gioco c’è una certa idea di giustizia, ma anche di democrazia.

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