Nota: da qui in avanti useremo il termine “movimenti climatici” come termine ombrello che racchiude sia i più noti Fridays for Future e Extinction Rebellion, sia le associazioni più territoriali come No Tav, No Grandi Navi e gli innumerevoli collettivi cittadini che partecipano alla salvaguardia dell’ambiente locale

Ho preso parte alla settimana di incontri e scambi organizzata da un collettivo di movimenti climatici nel cuore di Torino. Nell’estate più calda e secca che la città abbia mai vissuto, ecco otto considerazioni che possono aiutarci a “misurare la temperatura” delle attività dal basso.

1) I movimenti climatici italiani stanno unendo le forze. E non solo tra loro: coinvolgendo anche i gruppi operai come Gkn e Fiom, i movimenti transfemministi come Non Una Di Meno e anche antimilitaristi e animalisti. Gli attivisti italiani sono consapevoli di avere un grave svantaggio demografico: un movimento che sia solo giovanile non potrà contestare il potere di una generazione precedente estremamente numerosa. L’alternativa è far confluire più organizzazioni possibili nel tentativo di capovolgere questo squilibrio. Riunire tutte le lotte per combattere un’unica lotta.

2) Grande attenzione al Global South. Torino, a differenza di Milano o Roma, è una città di difficile accesso per chi arriva da Oltralpe. Nonostante questo, una nutrita partecipazione di attivisti argentini, indonesiani, messicani, guatemaltechi e nigeriani ha visto le voci di questi popoli, più direttamente colpiti dagli eventi estremi, ricevere grande attenzione in un grande numero di workshop e dibattiti. La questione climatica è anche una questione coloniale ed estrattivista, e non può essere risolta senza la partecipazione attiva delle zone periferiche.

3) Tante idee, poche strategie. In un involontario riflesso del vetusto sistema scolastico italiano, la grande parte delle attività è stata condotta alla stregua di lezioni frontali, con un singolo speaker che spiega concetti. Pochissimi gli workshop pratici e di scambio di strategie e tattiche, che dovrebbero essere centrali per movimenti che hanno come obiettivo la rottura delle catene del capitale fossile.

4) Il problema è la disuguaglianza. È sempre più radicato nella consapevolezza collettiva degli attivisti che i problemi climatici hanno origine nella distribuzione ingiusta delle risorse economiche e materiali. Sono le persone più ricche a emettere più CO2, sono i paesi più sviluppati a cavalcare il carro dei fossili. Questa consapevolezza ha fatto nascere il recente movimento di Debt for Climate, che nasce dal Global South e richiede l’interruzione dei debiti che incatenano i paesi del terzo mondo a meccanismi di sfruttamento da parte delle nazioni più abbienti. La lotta climatica è anche una lotta economica.

5) I media ancora non sanno (o non vogliono) raccontare i movimenti climatici. Al tramonto dell’evento fioccano articoli sui siti di news torinesi, pieni di foto del corteo colorato ma penosamente vuoti della sostanza del Climate Camp, e che ancora si dimenticano di includere il pericoloso legame tra la situazione attuale e i titani fossili. E così raduno e manifestazione vengono derubricati a evento puerile e sterile, una falsa preoccupazione di “questi giovani ambientalisti”.

6) I movimenti climatici non stanno facendo abbastanza. Il discorso di Andreas Malm, politico ecologico svedese che da anni studia i movimenti climatici, è stato contemporaneamente una doccia fredda e un potente tonico. Secondo lui, i movimenti climatici possono raggiungere i loro obiettivi percorrendo due strade: diventando un movimento di massa e coinvolgendo la maggior parte della popolazione (partiti inclusi) o intaccando i meccanismi economici che portano profitti ai titani fossili. Entrambe le strategie, forse anche a causa dei due anni di fermo pandemico, giacciono ancora in uno stato prematuro, e il tempo è sempre meno. Gli sforzi dei movimenti climatici devono aumentare.

7) Il tema delle elezioni è stato marginale. Come ogni convergenza di movimenti che si rispetti, la consapevolezza che la politica non è fatta solo di partiti era diffusa tra i partecipanti al Camp. Se i partiti ignorano il tema climatico, anche i movimenti climatici ignoreranno i partiti. Eppure l’incombente data del 25 settembre sarà determinante, e nell’organizzare il Global Climate Strike del 23 settembre i movimenti climatici sanno che dovranno costruire una narrativa per influenzare il voto e dimostrare che sono una forza che non può più essere ignorata.

8) Costruire, non distruggere. Come segnalato dall’intervento di Silvia Federici nel dibattito finale, quali che siano le strategie verso lo smantellamento della minaccia fossile, non possiamo dimenticarci di proporre un’alternativa che sia sostenibile e inclusiva. Proporre un sistema alternativo al capitalismo estrattivo che ci sta cuocendo vivi.

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