C’è qualcosa di (ancora) non detto sull’addio di Luigi Di Maio ai 5 Stelle e sulla sua improvvisata conferenza stampa di congedo dal Movimento? Probabilmente sì. E, per paradosso, questo “qualcosa” di non detto si nasconde tra le righe di ciò che l’ex capo politico ha in realtà “detto” apertamente; ma che da quasi nessuno è stato evidenziato e, tantomeno, commentato. Molti si sono focalizzati sul seguente passaggio: “Abbiamo bisogno di aggregare le migliori capacità e i migliori talenti di questo paese perché uno non vale l’altro”. In effetti, è un’idea sorprendente se espressa da chi, fino al giorno prima, aveva costruito un’intera carriera politica all’insegna dello slogan “uno vale uno”. Viene in mente Forrest Gump quando – dopo un’estenuante corsa a piedi attraverso l’America – si volta e confessa ai seguaci: “Sono un po’ stanchino”.

Ma il punto più sorprendente del discorso non è questo (notato più o meno da tutti). È semmai un altro, ampiamente e stranamente trascurato. Forse perché in apparenza nient’affatto contraddittorio; quantomeno rispetto alle premesse ideologiche, e alle promesse politiche, del Movimento. Ci riferiamo alla parola “verità” e al concetto ad essa sotteso. A un certo punto, Di Maio dichiara: “Se c’è una parola che deve essere al centro di un nuovo progetto per il paese, quella parola deve essere verità. In una fase storica bisogna avere il coraggio di dire la verità agli italiani su cosa si può fare e cosa non si può fare in questo paese”. Ora, se rileggiamo questa affermazione con gli occhi di un grillino della prima ora, essa non fa una grinza. Anzi, riassume perfettamente la vocazione originaria – diciamo pure l’ambizione “primitiva” – dei 5 Stelle: quella di portare una ventata di cambiamento nel Paese all’insegna, per l’appunto, della verità.

La verità viene addirittura prima del (ed è in ogni caso strettamente connessa con il) “valore capitale” su cui il Movimento si fondò, fin da subito: vale a dire, l’onestà. Infatti – in un certo senso e per certi versi – non ci può essere autentica onestà, soprattutto intellettuale, senza una preliminare operazione di verità. Portare alla luce la verità (e magari anche “dirla”) è il primo passo di un contegno personale, e di un programma politico, onesto. Della serie: vi diremo “onestamente” come stanno “veramente” le cose; per poi cambiarle. Sotto questo aspetto, dunque, Di Maio non ha tradito i valori pentastellati. Forse per tale ragione, la frase di cui sopra è passata inosservata. E tuttavia, c’è una differenza abissale tra le conseguenze della “verità” di cui parlava il Di Maio prima maniera e le conseguenze della “verità” di cui parla il Di Maio odierno.

Luigi I – quello dell’uno vale uno, per intenderci – voleva rivelare la verità sui mali del Palazzo, e sulle sue sudditanze, per fare una “rivoluzione” etica, oltre che politica. Sbandierava il diritto del cittadino a prendere coscienza di quanto fosse stata tradita la sua fiducia nelle istituzioni per rivendicare, poi, il diritto del medesimo a “decidere” realmente, tramite i propri rappresentanti democraticamente eletti, il futuro dell’Italia. Anche a costo di mettersi contro i famosi poteri forti, le onnipotenti centrali finanziarie, le invadenti istituzioni transnazionali che da anni, e in modo sempre più pervasivo, limitano l’autonomia e l’indipendenza della Repubblica.

Luigi II – quello dell’uno non vale l’altro, per capirci – vuole fare ancora un’operazione di trasparenza, ma con un intento esattamente opposto. Quando il nostro scandisce che bisogna “avere il coraggio di dire la verità”, egli intende questo: gli italiani (e, per primi, gli ingenui grillini doc) han da capire che lo status quo non si può (non si “deve”) cambiare. È, oramai, imprescindibile rispettare meticolosamente tutti i paletti imposti dall’alleanza atlantica, dalle cupole europee, dagli speculatori borsistici, dagli equilibri geopolitici, dai vincoli di bilancio, e chi più ne ha più ne metta. In buona sostanza, un parlamentare o uomo di governo nulla più dovranno permettersi di fare se non seguire la rotta tracciata da altri, affidandosi a un “pilota automatico”, di volta in volta cangiante, sotto forma di spread, di “commissioni”, di Pnrr, di impegni “atlantici” eccetera eccetera.

Ebbene, per quanto erano distanti da tale servile visione, i 5 stelle – nel corso del loro cammino – sono stati a lungo (e in parte sono ancora) tacciati di “populismo”, di “sovranismo” e di “estremismo”. Guarda caso, oggi il Ministro degli Esteri in carica termina così la sua arringa: “Lo voglio dire dall’inizio, non ci sarà spazio per populismi e sovranismi, o estremismi”. Quindi, potremmo concludere che Di Maio non è cambiato per nulla rispetto al bisogno di “verità”, e all’impegno per la “verità”, dei suoi “antichi” trascorsi movimentisti. La ricercava prima e la ricerca anche adesso. Solo che un tempo tuonava: saprete la verità e cambieremo tutto. Oggi, invece, ammette: in verità vi dico, non possiamo cambiare niente.

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