È stato identificato il primo caso di vaiolo delle scimmie in Emilia-Romagna. Si tratta di un uomo di 35 anni che si è presentato al Policlinico Sant’Orsola a Bologna in buone condizioni ma presentando alcuni sintomi come un numero limitato di vescicole cutanee. È stato sottoposto al tampone e il paziente è risultato positivo al monkeypox virus (MPXV). Adesso è ricoverato in isolamento presso il reparto di malattie infettive dell’ospedale Sant’Orsola. L’uomo ha alloggiato a Madrid all’inizio di maggio: a metterlo in allerta è stata la notizia che in un locale in cui era stato erano stati segnalati più casi positivi e per questo motivo successivamente chiuso. Prima di arrivare in Italia, lo scorso 24 maggio ha viaggiato in Germania. Si tratta dell’undicesimo caso in Italia.

Il vaiolo delle scimmie è un’infezione – spiega l’Istituto superiore di sanità – causata da un virus della stessa famiglia del vaiolo ma che largamente si differenzia dal vaiolo stesso per la minore diffusività e gravità. È diffuso in particolare tra primati e piccoli roditori, prevalentemente in Africa. L’infezione si trasmette dall’animale all’uomo attraverso la saliva ed altri fluidi dell’animale o il contatto diretto con l’animale. Nell’uomo si presenta con febbre, dolori muscolari, cefalea, linfonodi gonfi, stanchezza e manifestazioni cutanee quali vescicole, pustole, piccole croste. Si può trasmettere da uomo a uomo attraverso droplets, contatto con fluidi corporei o con le lesioni cutanee. È possibile che le persone che non sono state vaccinate contro il vaiolo (vaccinazione abolita in Italia nel 1981) siano a maggior rischio di infezione con il monkeypox per l’assenza di anticorpi che, per la similitudine del virus del vaiolo con il monkeypox, possono essere efficaci a contrastare anche questa virosi.

L‘infezione è relativamente infrequente nell’uomo e comunque fuori dall’Africa, ma sono stati riportati casi sporadici ed anche un’epidemia in Usa nel 2003, in seguito all’importazione dall’Africa di animali non adeguatamente controllati sotto il profilo sanitario. La malattia si risolve spontaneamente in 1-2 settimane con adeguato riposo e senza terapie specifiche; possono venir somministrati degli antivirali quando necessario. Come prevenzione, è importante evitare il contatto con persone con febbre e valutare con attenzione, prima di ogni contatto personale stretto o contatto sessuale, la presenza di eventuali manifestazioni cutanee inusuali (quali vescicole o altre lesioni) sulla cute del partner. Questo comportamento è utile a prevenire non solo il monkeypox ma anche altre infezioni sessualmente trasmesse.

Infettivologi ed autorità sanitarie escludono al momento il rischio di una epidemia e non si valuta una vaccinazione di massa. Tuttavia, tra le contromisure previste la circolare del ministero della Salute indica che la vaccinazione post-esposizione “idealmente entro quattro giorni dall’esposizione, può essere presa in considerazione per contatti a rischio più elevato come gli operatori sanitari, compreso il personale di laboratorio, previa attenta valutazione dei rischi e dei benefici”. In specifici contesti ambientali ed epidemiologici, sulla base delle valutazioni delle autorità sanitarie, potrebbe anche essere richiesta l’applicazione di misure quarantenarie.

Inoltre, l’impiego di specifici antivirali può essere considerato nell’ambito di protocolli sperimentali, in particolare per coloro che presentano sintomi gravi o per le persone immunodepresse. Previsto, precisa il ministero, il monitoraggio di 21 giorni per i contatti dei casi e lo stop alle donazioni di sangue da parte dei contatti asintomatici. A tutti i contatti è poi consigliato di non avere rapporti di vicinanza con donne in gravidanza, bambini e soggetti fragili. Altro aspetto evidenziato dalla circolare è che la trasmissione dall’uomo agli animali da compagnia è “teoricamente possibile”. Insomma, la situazione è da monitorare ma, afferma l’infettivologo Massimo Galli, “di certo non è un virus che si candida a generare una pandemia, come il coronavirus”.

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