Mentre il numero di casi aumenta in Italia e Europa, ma le analisi confermano un legame dalla Gran Bretagna arriva uno studio che ha analizzato sette casi della malattia registrati tra il 2018 e il 2021 in cui si mostrano alcuni benefici della terapia con uno degli antivirali (tecovirimat) sviluppati per il vaiolo umano e usato off label su questi pazienti. Secondo uno studio coordinato da Nick Price del Guy’s and St Thomas’ NHS Foundation Trust e riportato sulla rivista The Lancet Infectious Diseases, la terapia con tecovirimat potrebbe ridurre la durata dei sintomi e della contagiosità.

Gli esperti hanno testato due antivirali sviluppati per il vaiolo, brincidofovir e tecovirimat, suggerendo che brincidofovir non ha avuto effetti significativi. Mentre i funzionari della sanità pubblica stanno cercando di capire la causa dei focolai di vaiolo delle scimmie in atto in Europa e Nord America – che hanno colpito diversi pazienti che non hanno riferito né di aver viaggiato né di avere un legame con un caso noto in precedenza – questo studio offre le prime informazioni sull’uso degli antivirali per il trattamento del vaiolo delle scimmie nell’uomo, afferma l’autore principale del lavoro, Hugh Adler della Liverpool University Hospitals NHS Foundation Trust.

In questo lavoro si è indagato l’uso dei due antivirali su sette casi di vaiolo delle scimmie, di cui quattro importati dall’Africa e i restanti tre risultato del contagio diretto uomo-uomo avvenuto nel Regno Unito. Si è trattato di casi lievi, benché gestiti in ospedale in condizioni di isolamento onde evitare il diffondersi del virus. Gli esperti hanno usato off label i due antivirali pensati per il vaiolo umano, per verificarne l’efficacia su quello delle scimmie, visto che in passato i due antivirali erano risultati efficaci in test su animali. È emerso che uno dei due antivirali – tecovirimat – potrebbe ridurre la durata di sintomi e contagiosità dei pazienti affetti da vaiolo delle scimmie. Adesso che i casi di vaiolo delle scimmie stanno aumentando in diversi paesi è importante avere dati di sperimentazione clinica e “siamo lieti di condividere alcune delle nostre esperienze collettive nella gestione di questa patologia, in precedenza rara e sporadica”, concludono gli autori del lavoro.

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