Ci sono le cose di sempre: la coda per la Sala Azzurra, la foto ricordo davanti alla Torre di libri, il trancio di pizza mangiato al volo, in piedi. Poi ci sono le cose che mancavano da un po’: la possibilità di girare senza mascherina, la bella stagione che si porta dietro il caldo (troppo caldo), e i sorrisi. Soprattutto i sorrisi. E infine ci sono le polemiche, come da tradizione. Vittima, questa volta, il direttore Nicola Lagioia. “Lascia, non lascia?”. E poi: “Ma quella frase sessista di 20 anni fa su Melissa Panarello?”. Non si è parlato d’altro in questi giorni. Lui si è scusato, i due sono diventati amici, nel tempo. E come si dice: contenti loro, contenti tutti.

I sorrisi, si diceva. Per fare una sintesi estrema: questa, del Salone del Libro, è l’edizione della normalità. È vero, lo scorso autunno si era ripartiti dopo lo stop, nel 2020, causa Covid. Ma era, appunto, autunno. C’era il green pass, c’erano le mascherine. E sopra ogni cosa c’era il timore. Sul presente, sul futuro. In questa edizione, lontani con la mente dalle bombe nell’Europa orientale, ci si concede più di un sorriso. In testa, quello del presidente del Circolo dei Lettori, Giulio Biino, e quello del direttore Lagioia, per l’edizione dei record, che ha fatto pure meglio di quella del 2021. E poi quelli di chi al Salone va per piacere, girovagando tra gli stand; quelli di chi segue i dibattiti di scrittrici e scrittori, e dei propri idoli; e quelli di chi, stanco e sudato, torna a casa con gli zaini pieni di libri.

GLI EDITORI VEDONO NERO – C’è però una categoria che dietro ai sorrisi di circostanza nasconde più di una preoccupazione: quella degli editori. Partono tutti allo stesso modo: “Mai visto tante persone”. Per poi ripiegare, alla domanda sull’andamento delle vendite da inizio anno, sul più classico “non mettere il mio nome, però”. Ed ecco che qui arrivano le note dolenti: chi aveva trovato un tempo nuovo, dedicato alla lettura, durante la pandemia, è tornato alla solita vita di sempre lontana dai libri (e magari deve fare pure i conti con l’inflazione); le librerie continuano a chiudere, l’online arranca e, soprattutto, il costo della carta non accenna a calare. Anzi.

Uno dei pochi a metterci la faccia è Marco Zapparoli, presidente di Adei (Associazione degli editori indipendenti). È allo stand della casa editrice Marcos y Marcos, di cui è cofondatore. Indica le borse di tela, in bella vista sopra i libri, con la scritta “corri in libreria”. “È il nostro credo”, dice, “le librerie vanno difese, insieme alle biblioteche”. Pausa, guarda un punto indefinito all’orizzonte. “È arrivato il momento giusto perché gli editori si alleino per sostenerle, sono il vero valore aggiunto del nostro mercato”. E a proposito di mercato: “È in forte contrazione da inizio anno, almeno del 15%. Non lo dice nessuno, perché poi ti lanciano i pomodori”. A questo si aggiunge il costo di produzione della carta (la cellulosa costa il 70% in più rispetto alla fine del 2020): “Un libro ci costa circa il 18% in più. E da quello che so almeno il 40% degli editori sta pensando di alzare il prezzo di copertina del 10%. Noi non lo vogliamo fare, cercheremo di ridurre la foliazione”.

C’è chi il prezzo dei propri libri lo ha già aumentato (ma non vuole comparire con nome e cognome): “È l’unica cosa che possiamo fare, altrimenti non stiamo in piedi. E i nostri stipendi, d’altra parte, sono sempre quelli”. Più di un editore punta il dito contro “le troppe pubblicazioni, c’è un mercato drogato da self-publishing e da finte case editrici che obbligano gli autori a comprare centinaia di copie del proprio libro”. Sono, sostanzialmente, stamperie mascherate da case editrici. Ne contiamo diverse al Salone. Ma per Zapparoli una strada c’è: “Basta guardarsi intorno”, dice, osservando il pubblico del Salone. “Ci sono tantissimi giovani, dieci anni fa non era così. Cosa è cambiato? È cambiata l’immagine del libro grazie alla creatività di molti editori. C’è una crescita del libro ‘bello’, inteso come di qualità. Un tempo si legava la qualità all’autore, oggi non solo. Oggi ci sono libri fatti benissimo, curati, che legano la parola scritta all’immagine”. Un esempio su tutti? Bastano pochi passi dallo spazio di Marcos y Marcos per raggiungere Guido Tommasi Editore, che pubblica soprattutto volumi dedicati alla cucina. Sono uno spettacolo, c’è poco da dire.

VITE DA SCRITTORI – Al padiglione Oval, spazio Sem, seduto su una poltroncina, c’è lo scrittore Paolo Roversi. Ha appena terminato un firmacopie, tempo dieci minuti e ne ha un altro. Un ragazzo si avvicina e lo saluta, invitandolo a prendersi una birra a Novara. Poi tocca a una ragazza, gli chiede una foto. Lui sorride e si scusa: “Va così”. Il suo ultimo giallo, L’eleganza del killer (Marsilio), prenderà parte al Premio Bancarella. Roversi pubblica, in pratica, due libri all’anno. “È uscito da poco il mio primo manuale di scrittura”, racconta, “metto a disposizione la mie conoscenze per chi vuole scrivere crime”. Intanto organizza il premio NebbiaGialla, fa lezione alla Scuola Holden, tiene due laboratori di scrittura (King of noir e Crime Fiction Factory) e da poco è uscito con un podcast sulla vita di giallisti famosi (James Ellroy e Fred Vargas, al momento). “Declino lo scrivere in tutte le sue possibilità”, continua, “d’altra parte, o sei uno da primi posti in classifica (di vendite, ndr) oppure…”. Il suo genere non passa mai di moda. “Per fortuna è così. E se ci pensiamo, il giallo è un genere rassicurante, anche se sembra una contraddizione. Ci dà la certezza che il bene trionferà sempre sul male. La realtà, come sappiamo, non funziona così”.

Racconta qualcosa di diverso, in una Sala Azzurra stra piena e con mascherina, lo scrittore statunitense Joe Lansdale. Col suo accento texano (ma dell’Est, attenzione) e una risata contagiosa da zio che la sa lunga, confessa che “dedico alla scrittura tre ore al giorno. Di più, per me, è una perdita di tempo”. Beato lui. Il resto della giornata lo impiega leggendo, guardando film e insegnando nella sua scuola di arti marziali. D’altra parte, è uno da primi posti in classifica. Sarebbe bello poterlo ascoltare, ma le domande di chi lo intervista durano in media quindici minuti. Succede spesso, al Salone. Per fortuna Lansdale riesce a dire all’intervistatore che gli chiede se abbia mai pensato che i suoi libri fanno parte, a tutti gli effetti, della letteratura, che “io scrivo storie, del resto non mi interessa. E le scrivo per me, perché quando lo faccio sto bene. Non scrivo né per i miei editori, né per i miei lettori, né per mia mamma. Ed è così da sempre”.

LA GUERRA AL SALONE – Al padiglione 3, tra gli allestimenti delle case editrici, l’occhio cade, in tempi di guerra, su un poster dedicato all’Ucraina. È lo stand di Roberto Keller della Keller Editore, che dal 2005 pubblica scrittori dell’Est Europa. “Siamo specializzati nella cultura mitteleuropea”. Sui tavoli campeggiano i libri di Andrei Kurkov, Marìja Matìos e Kamys Markijan. “In un secondo momento”, spiega, “ci siamo avvicinati anche agli autori russi. Siamo una casa editrice trentina, i temi del multilinguismo e del confine visto come opportunità, come scambio di culture, hanno sempre fatto parte del nostro Dna. Da quando è scoppiata la guerra c’è grande interesse verso i reportage che pubblichiamo, come i Diari ucraini di Kurkov”. Nonostante questo, Keller ammette che “il 2022 è partito in salita rispetto al 2021. È aumentato il costo della carta, per noi, e in generale per le persone il costo della vita”. Chi è stato premiato dai lettori che cercano di informarsi e capire meglio il conflitto è Adelphi. “Da inizio anno abbiamo avuto dei ‘fenomeni’ letterari: La Russia di Putin di Anna Politkovskaja, che abbiamo in catalogo da anni, e Stalingrado di Vasilij Grossman“, dice la direttrice commerciale Giusi De Luca. A ruba anche Un Occidente prigioniero di Milan Kundera, che contiene due interventi dello scrittore ceco, uno del ’67 e uno del 1983, sulla “tragedia dell’Europa centrale” che ha assistito, inerme, alla “sparizione” dei Paesi dell’Est.

IL FUTURO DEL SALONE – Intanto tra gli stand, da privato cittadino, c’è anche Luigi Di Maio. Che ci fa tra i padiglioni il ministro degli Esteri? Sta accompagnando la fidanzata giornalista, Virginia Saba, che modera un incontro allo spazio della Regione Sardegna. Fuori ci sono 32 gradi e nessuno ha intenzione di sedersi al piccolo gazebo, con all’interno una sedia e un tavolino, sopra cui campeggia la scritta: “Trova l’amore con il Salone”. Tra i corridoi del Lingotto, però, non si fa altro che parlare del dopo-Lagioia. Anche tra gli alberi dello stand di Aboca Edizioni (a mani basse il più bello tra tutti gli allestimenti). L’edizione è stata un successo: le case editrici hanno occupato più di 110mila metri quadrati (più del 20% dello scorso anno), ci sono stati grandi ospiti italiani e internazionali e le presenze, come detto, non sono mai state tanto alte. Ora, però, comincia la partita “politica”.

Il primo passo è la nomina del nuovo presidente del Circolo dei Lettori, necessario per la scelta, successiva, del direttore del Salone. Il mandato di Giulio Biino è terminato e si fanno i nomi dell’avvocato Stefano Commodo (membro di spicco dell’Opus Dei e molto vicino alla destra-destra) e Mario Turetta, direttore generale della Direzione educazione, ricerca e istituti culturali del ministero della Cultura. Per quanto riguarda, invece, il dopo-Lagioia, c’è una spinta verso una figura femminile. La strada scelta per sostituire lo scrittore barese (che co-condurrà il Salone nel 2023, per mollare nel 2024) è la manifestazione di interesse internazionale. Chi guarda in “casa Italia” fa i nomi di Loredana Lipperini, già inserita nella grande macchina del Lingotto, Chiara Valerio, che ha guidato Tempo di libri, e perché no, quello della direttrice del Circolo dei Lettori, Elena Loewenthal. Insomma, l’edizione 2022 è appena terminata e già si corre per organizzare la prossima. Se poi si corresse più spesso in libreria – per parafrasare le borsine di tela di Marcos y Marcos – beh, nel 2023 strapperemmo un sorriso anche agli editori.

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