Addio Lino Capolicchio. L’interprete del film premio Oscar, Il Giardino dei Finzi Contini è morto. Aveva 78 anni. Un altro tassello cruciale e memorabile del cinema italiano anni sessanta/settanta/ottanta fa calare il sipario di quel set-palcoscenico che l’ha visto straordinario protagonista.

Capolicchio era nato a Merano, ma poi era cresciuto a Torino, e successivamente si era recato a Roma dove aveva frequentato l’Accademia d’Arte Drammatica. Viso celestiale, occhi azzurri e lineamenti da bellezza greca, Capolicchio riuscì immediatamente a diventare una star del cinema cavalcando il proprio fascino, le doti recitative e quella dose inevitabile e prepotente del cinema sessantottesco che prevedeva scaldaletti, prurigine e provocazioni tout court. Dopo una fugace apparizione ne Il conte di Montecristo per la Rai (versione con Andrea Giordana protagonista), Capolicchio lavora a teatro con Strehler ed esordisce su grande schermo proprio nel ’68 con Escalation, tipico film parabellocchiano diretto da Roberto Faenza, dove interpreta il classico figlio di papà industriale che prima rifiuta la ricchezza paterna poi ne diventa ineffabile prototipo sociale.

La decisa presenza in scena accoppiata alla sua avvenenza fisica lo rendono subito protagonista di uno dei titoli più visti e popolari del cinema italiano: Metti, una sera a cena di Giuseppe Patroni Griffi (1969). Qui interpreta Ric, che oggi chiameremo un gigolo bisex, ragazzotto contestatore in piazza che va a pagamento con uomini e donne. “Era un personaggio complesso, uno che a pagamento andava con uomini e donne, e in una delle scene c è un bacio a tre. Ovvio scattarono le polemiche”, spiegò Capolicchio di recente in un’intervista. Un ruolo ambiguo, sfuggente e allo stesso tempo perturbante che gli permetterà da un lato di aprire, a metà anni settanta, una collaborazione prima horror poi gotico nostalgica con Pupi Avati per almeno dieci anni; dall’altro di diventare un sex symbol dall’anima torbida e inquieta e dal fascino magnetico. L’ha raccontato Capolicchio stesso più volte. Soprattutto quando Vittorio De Sica lo volle come protagonista de Il Giardino dei Finzi Contini, autentica immersione nella nebbia ferrarese che avvolge la persecuzione fascio nazista della ricca famiglia ebraica ferrarese dei Finzi Contini. Capolicchio è Giorgio, giovane virgulto che tra una proibizione antiebraica e l’altra vive un rapporto sentimentale con Micol (una Sanda splendida e conturbante) Finzi Contini. La precisa rarefazione con cui De Sica dipinge i protagonisti del film li rende autentiche star (Capolicchio, Sanda, Fabio Testi) dall’appeal iperpopolare.

Capolicchio si ritrova con una fama inaudita e deve letteralmente fuggire dalle fan che lo assediavano ovunque, anche tanti uomini spiegò, tra cui molti registi, non senza aver vissuto quel “veleno” che ha sempre usato per definire quel periodo di libertinaggio. In Mussolini ultimo atto di Lizzani (1975) interpreta il partigiano Pedro che catturò il Duce nascosto sul camion di soldati tedeschi che fuggiva dall’Italia nell’aprile del 1945. Poi ecco il giovane restauratore Stefano nel film cult di Avati La casa delle finestre che ridono. Personaggio apice di una carriera dove il nostro mescola questa sua sapiente sospensione di senso dell’antieroe e ancora la fragilità possibile dell’uomo bello ma non macho. Con Avati girerà altri cinque film, tra cui l’ultimo Il signor Diavolo. Sempre negli anni settanta lavora con Brunello Rondi, Gian Vittorio Baldi, Stelvio Massi, e ancora negli anni novanta con Pasquale Squitieri, i fratelli Taviani, e Peter Del Monte.

Infine, un exploit altrettanto memorabile quanto la carriera d’attore, quella di doppiatore per un telefilm cult della tv italiana. Capolicchio doppia per stagioni il Bo Duke di Hazzard in un set di doppiaggio semplicemente mostruoso: Flavio Bucci, Elio Pandolfi e Mario Chiocchio. Capolicchio è stato anche regista (Pugili) e docente al Centro Sperimentale con allievi di tutto rispetto come Favino, Boni e Francesca Neri. Schivo e riservato, Capolicchio si era raccontato recentemente in una autobiografia – D’amore non si muore (Rubettino) – dove svelava il dolore per il rifiuto di Fellini per un suo ruolo in Satyricon, una sua relazione con Mia Martini tenuta nascosta per decenni e dove descriveva così la nascita e il suo percorso artistico: “Un po’ mi sentivo “rivoluzionario”, ma soprattutto mi sentivo anticonformista. E lo sono anche adesso, a tutti i livelli, non parlo solo in quello della recitazione. Credo che per essere grandi attori serva una fantasia che nessuna scuola può darti. Pasquale Squitieri un giorno mi disse: “Lino Capolicchio, sei un fuoriclasse”. E fuoriclasse si nasce”.

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