Il primo avvertimento è arrivato oltre un mese fa: “L’Europa ha bisogno del proprio scudo nucleare“. È il titolo della riflessione che Manfred Weber ha scritto per il quotidiano tedesco Die Welt. Il 49enne presidente del partito popolare europeo nella sua preoccupata analisi evidenziava due punti cruciali: come l’Europa può offrire un valore aggiunto alla difesa del Continente e come può organizzare una deterrenza nucleare di lungo periodo. La crescente apprensione della Germania di fronte a un possibile allargamento del conflitto e alla minaccia nucleare più volte prospetta da Mosca ha una ragione principale: l’exclave russa di Kaliningrad. Un pezzo di terra vasto 15mila km quadrati, bagnato dal Mar Baltico e incastonato tra Lituania e Polonia: in altre parole, l’avamposto dal quale Vladimir Putin può potenzialmente attaccare il cuore dell’Europa. Kaliningrad dista in linea d’aria appena 530 km da Berlino.

Questa settimana, in risposta all’accelerazione di Svezia e Finlandia per l’adesione alla Nato, il vicepresidente del consiglio di sicurezza della Russia, Dmitrij Medvedev, ha commentato: “Ci si può dimenticare dei Baltici non nucleari“. In altre parole, alla base militare di Kaliningrad arriveranno armi atomiche. Dichiarazioni che però sono state liquidate come “niente di nuovo” dal primo ministro della Lituania, Ingrida Simonyte. Mosca, infatti, ha già da tempo schierato testate nucleari nella sua exclave sul Baltico: “Le attuali minacce russe sembrano piuttosto strane, quando sappiamo che già prima della guerra in Ucraina, i russi tengono le armi a 100 chilometri dal confine della Lituania. Le armi nucleari sono sempre state tenute a Kaliningrad. La comunità internazionale, i Paesi della regione, ne sono perfettamente consapevoli”, ha spiegato la premier lituana. In un’intervista al Corriere della Sera, l’ex premier svedese Carl Bildt ha espresso lo stesso concetto: “Le armi nucleari i russi le hanno già a Kaliningrad e nel Nord-Ovest del loro territorio. Ci conviviamo già“.

I timori della Germania (e dell’Europa) – Se per i Paesi Baltici e Scandinavi quella di Medvedev è una minaccia vuota, dall’inizio del conflitto la stampa tedesca ha iniziato però a interrogarsi su un punto: quanto sarebbe preparata l’Europa per un attacco nucleare? E l’intervento di Weber su Die Welt non ha fatto altro che confermare i timori: l’attuale ombrello difensivo della Nato si basa su una struttura di intercettori dislocata in Romania e in Polonia (Aegis Ashore). Furono ufficialmente installati per proteggere l’Europa da un eventuale attacco nucleare iraniano, ma rimasero anche dopo l’accordo con Teheran del 2015. Per questo, l’anno successivo Putin cominciò a spostare a Kaliningrad i missili Iskander, armabili con testate nucleari. Berlino è difesa da questa struttura ma, secondo un’analisi del settimanale Focus, il sistema non reggerebbe di fronte a una pioggia di missili. Inoltre, la capitale tedesca sarebbe vulnerabile in caso di attacco con armi convenzionali. Infatti, a fine marzo una delegazione tedesca ha fatto visita a Israele, con l’obiettivo di studiare da vicino i dettagli del sistema missilistico “Arrow 3“, utilizzato dal 2017 per lo scudo “Iron Dome.

Immagine scattata dal satellite Maxar nel 2022 – ©Google

L’avamposto di Kaliningrad – Per la popolazione tedesca, la presenza dei missili russi a 500 km dalla sua capitale non aveva destato preoccupazioni, almeno fino all’invasione russa dell’Ucraina. Eppure gli Iskander hanno una portata di circa 500 chilometri, quindi potrebbero colpire Berlino come altre capitali europee: Varsavia e Copenaghen, oltre a Vilnius e Riga. Eppure la minaccia esiste da tempo, almeno dal 2016. Quell’anno infatti, oltre allo spostamento dei vettori deciso da Putin, le immagini satellitari nella regione di Kaliningrad mostrarono lavori intorno a uno dei tre bunker presenti vicini a Kulikovo, conclusi poi nel 2018. Hans M. Kristensen, esperto della Federation of american scientist, all’epoca scrisse: “L’esercito russo ha effettuato un’importante ristrutturazione di quello che sembra essere un deposito di armi nucleari attivo nella regione di Kaliningrad, a circa 50 chilometri dal confine polacco”. Sempre nel 2018, destò particolare preoccupazione in tutta Europa la conferma dello stanziamento permanente di missili Iskander nell’exclave russa: “La Russia – disse allora il portavoce del Cremlino, Dmitry Peskov – non ha mai minacciato nessuno”. Le provocazioni sono continuate anche successivamente: nel luglio 2020, ufficialmente per partecipare a una parata della Marina russa a San Pietroburgo, un sottomarino nucleare russo era entrato nel mar Baltico. L’estate scorsa Mosca ha ripetuto la stessa mossa, muovendo addirittura tre sottomarini.

L’arsenale nucleare di Putin – Oltre agli Iskander, Putin ha a disposizione anche i missili 9M729, il cui sviluppo provocò nel 2019 l’uscita degli Stati Uniti dal trattato Inf. Se fossero lanciati da Kaliningrad, potrebbero colpire anche la Spagna e di conseguenza l’Italia. In totale, oltre a Kaliningrad, la Russia ha altre due basi in grado di lanciare armi nucleari: una sempre a nord, a San Pietroburgo, l’altra a Rostov, che si trova invece a sud, vicino all’Ucraina. Secondo i dati in mano allo Stockholm International Peace Research Institute (Sipri), Mosca possiede circa 6.250 testate nucleari, di cui circa 4.500 schierabili e 1.600 attualmente pronte a essere lanciate su missili, sottomarini o aerei. Numeri che corrispondono a quelli diffusi a fine febbraio dal think tank Federation of American Scientist: secondo le stime, la Russia ha a disposizione 4.477 testate nucleari. Nel dettaglio, circa 1.588 testate strategiche sono schierate su missili balistici e basi di bombardieri pesanti, mentre circa 977 testate strategiche aggiuntive, insieme a 1.912 testate nucleari tattiche, sono tenute in riserva.

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