“Sono sotto choc. Non credevo sarebbe mai arrivato questo giorno. Anni e anni della nostra vita sono stati distrutti, ma oggi ci siamo. E le persone che ne sono stati la causa, i responsabili, sono stati condannati. Abbiamo vinto su tutto”. Queste le parole di Ilaria Cucchi, sorella di Stefano Cucchi, dopo la sentenza di primo grado del ‘processo depistaggi’ che ha portato alle condanne di otto appartenenti all’Arma dei Carabinieri per aver messo in atto depistaggi nelle indagini sulla morte del geometra romano, alterando o facendo sparire documenti di servizio dopo il decesso.
Agli imputati, a seconda delle posizioni, erano contestati i reati di falso, favoreggiamento, omessa denuncia e calunnia. Il giudice monocratico di Roma Roberto Nespeca ha inflitto, in particolare, cinque anni al generale Alessandro Casarsa – ex comandante del corpo dei corazzieri e all’epoca dei fatti a capo del Gruppo carabinieri Roma – e un anno e tre mesi al colonnello Lorenzo Sabatino, ai tempi comandante del Nucleo operativo di Roma. Un anno e tre mesi anche all’appuntato Francesco Di Sano, in servizio nella caserma di Tor Sapienza quando vi arrivò il 31enne romano, quattro anni a Francesco Cavallo, all’epoca dei fatti capo ufficio del comando del Gruppo carabinieri Roma, quattro anni al maggiore Luciano Soligo, ex comandante della compagnia Talenti Montesacro, un anno e nove mesi a Massimiliano Colombo Labriola, ex comandante della stazione di Tor Sapienza, un anno e nove mesi al capitano Tiziano Testarmata, ex comandante della quarta sezione del Nucleo investigativo, e due anni e mezzo al carabiniere Luca De Cianni.
“È stato confermato che l’anima nera del caso Cucchi è il generale Casarsa”, ha dichiarato Fabio Anselmo, il legale della famiglia della vittima, dopo la sentenza. “Tutto quello che hanno scritto su Stefano Cucchi “tossicodipendente, anoressico, sieropositivo” e tutto quello che hanno scritto sulla famiglia è falso. È il momento che si prenda le proprie responsabilità chiunque vada contro questa sentenza e quella pronunciata dalla Cassazione lunedì. Perché chiunque avrà il coraggio di affermare che Stefano Cucchi aveva qualsiasi patologia, che era un tossicodipendente, che era anoressico o sieropositivo, commette un reato di diffamazione perché quelle relazioni di servizio, che hanno gettato tanto fango sulla famiglia Cucchi, per 12 anni, e che hanno ucciso lentamente Rita Calore e Giovanni Cucchi (la madre e il padre di Stefano, ndr), sentendosele ripetere sui giornali, ogni giorno, e hanno logorato la vita di Ilaria, sono false, studiate a tavolino”.
“Mi sento addosso tutta la fatica di questi anni interminabili, le battaglie fatte contro i mulini a vento, tutte le volte che ho temuto di non farcela, di essere schiacciata da tutto questo”, ha aggiunto Ilaria Cucchi. E ancora: “Ma ora possiamo dire che abbiamo vinto, perché i responsabili della sua morte sono in galera. E oggi chi ha distrutto la mia vita e dei miei genitori, venendo in questi mesi in questa stessa Aula a guardarci dall’alto in basso, con quella sensazione di impunità, è stato condannato. Oggi un Paese più giusto? La sensazione è questa, ha vinto anche lo Stato”.
“Casarsa ha affrontato il processo con serenità. Rispettiamo la sentenza, non commentiamo e attendiamo le motivazioni”, ha replicato invece Carlo Longari, legale del generale, il più alto in grado nella scala gerarchica dell’epoca. “Faremo ricorso, non ce lo aspettavamo, riteniamo sia stato un grossolano errore giudiziario”, ha invece attaccato Adolfo Scalfati, legale del colonnello Lorenzo Sabatino.

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