Così abbiamo appreso che il Consiglio regionale della Lombardia ha approvato nella giornata di ieri, con voto segreto, una mozione con la quale chiede le dimissioni di Savoini dal ruolo che attualmente ricopre all’interno del Corecom. Ad affondarlo sono stati evidentemente anche i voti del centro destra. Questa è una buona notizia per diversi motivi.

Il primo: il perimetro del penalmente rilevante non esaurisce quello del politicamente inopportuno e del moralmente ripugnante. La politica deve rivendicare l’autonomia del proprio giudizio rispetto al giudizio espresso dalla magistratura in sede penale: ci possono essere incensurati che meritano una censura politica e viceversa penalmente condannati che meritano il plauso della società. Per la cronaca: Gesù è stato condannato in pubblico processo, così come Gandhi e Mandela, ma io penso bene di tutti e tre! Savoini, compare di merende russe di Salvini, non è stato condannato in via definitiva da alcun Tribunale penale, ma evidentemente le sue condotte sono state ritenute politicamente gravi e pertanto è stato ritenuto inopportuno che continuasse a rappresentare, quota parte, la Regione Lombardia in un ruolo così delicato come il Corecom.

Il secondo: la gravità che si attribuisce ad un fatto può variare col tempo in relazione a circostanze nuove. Il giudizio cambia alla luce di fatti che non si conoscevano e che sono stati messi alla pubblica attenzione o di fatti nuovi che mettono in una luce diversa quanto precedentemente accaduto. Persino Salvini, rincorso dai giornalisti di Report che gli domandavano cosa pensasse degli accordi sottoscritti con Russia Unita, ha risposto (stizzito) che ora le cose sono cambiate e che chi fa la guerra ha sempre torto e, quando gli hanno domandato se Putin restasse un suo punto di riferimento, Salvini ha avuto la spudoratezza di rispondere che ormai il suo unico punto di riferimento è Papa Francesco: spettacolo puro!

Che c’entra la mozione del Pirellone con il Consiglio comunale di Torino? C’entra perché il Consiglio Comunale torinese ha inopinatamente eletto Domenico Garcea nel ruolo di vice presidente vicario del Consiglio comunale e poi come membro della Commissione speciale “Legalità”.

Che Domenico Garcea non soltanto è imparentato con alcuni boss di ‘ndrangheta operanti in Piemonte (Onofrio Garcea e Francesco Viterbo), ma dalle carte processuali si evince chiaramente che i parenti mafiosi si sono dati un gran da fare a raccogliere voti per il loro congiunto almeno nelle elezioni regionali del 2019. Niente di penalmente rilevante, tanto che Domenico Garcea non è mai stato indagato per questi fatti, ma sono comunque fatti oggettivamente gravi, portati all’attenzione del Consiglio comunale.

Merita per questi fatti una mozione di sfiducia che ne chieda le dimissioni prima di tutto dal ruolo di vice presidente vicario del Consiglio comunale? No. Che cosa invece dovrebbe senz’altro meritarla? Il fatto che Domenico Garcea abbia pubblicamente e ripetutamente mentito quando, dovendo dare qualche spiegazione rispetto ai fatti prospettati, ha cercato di far credere che l’Onofrio Garcea suo parente fosse un vecchio zio incensurato e non il cugino mafioso e quando, pur prendendo genericamente le distanze da ogni mafia, non ha mai precisamente preso le distanze dalle condotte criminali dei parenti che per lui hanno consumato le suole delle scarpe. In qualunque Paese democraticamente serio un politico che, nell’esercizio della propria funzione, menta o sia reticente su fatti gravi che riguardino la sfera pubblica, viene fatto oggetto di censura ed invitato a dimettersi.

A Torino no? Eppure soltanto ieri il sindaco Lo Russo, accogliendo il presidente del Consiglio Draghi a Torino, ha invocato giustamente (!) l’aiuto del governo per prevenire e contrastare il tentativo della mafia di infiltrarsi nella gestione dei fondi del Pnrr.

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