William Hurt, icona del cinema hollywoodiano anni ottanta, è morto. Aveva 71 anni. Con quella sua aria pensosa, meditabonda, vagamente assente, aveva costruito una sorta di maschera sfuggente, lancinante, e allo stesso tempo si era ritagliato un ruolo funzionale dall’appeal sensuale e tormentato. Nato nel 1950 in una famiglia upper class di Washington – il padre funzionario statale e la madre dipendente dell’agglomerato mediatico Time inc si separarono quando aveva sei anni – Hurt aveva studiato recitazione alla Juilliard School di New York (l’accademia in cui si laurearono anche Kevin Kline e Oscar Isaac ndr) diplomandosi nel 1975. Dopo aver studiato teologia all’università nel 1977 iniziò con piccole comparsate nel mondo della tv per poi esordire su grande schermo in Stati di allucinazione di Ken Russell (1980).

Protagonista totale fin da subito, Hurt espose, in questo bizzarro sci-fi firmato Russell, corpo e mente del suo particolare personaggio, lo psicopatologo della Columbia, il dottor Jessup, ad una trasformazione psicologica, ad uno slittamento continuamente alterato dell’apparato sensoriale, come se quel ruolo ne segnasse una sorta di contorno e di sfumatura da cui continuamente attingere per le interpretazioni successive. Del resto a scorrere la carriera di Hurt, anno per anno, tra il 1980 e i primi anni novanta, c’è da inchinarsi per qualità e frequenza, come per una somiglianza interpretativa nonostante i personaggi interpretati fossero tra i più diversi.

Nel 1981 è già all’apice della sensualità come coprotagonista con Kathleen Turner di Brivido Caldo, thriller erotico diretto da Lawrence Kasdan che regala a Hurt la parte di un avvocato della Florida caduto come un babbeo nella malia di una dark lady che lo seduce e lo inganna abilmente per uccidere il marito e poi ottenerne l’eredità. Nel 1983 bissa il successo finendo nel cast all star de Il Grande freddo. Inutile parlare di un cult memorabile e decadente della generazione boomer. Hurt è Nick, altro personaggio dolorosamente alterato dalle droghe a dal Vietnam, depresso e suicida, che riannoda i fili dell’intero racconto subentrando in qualche modo al defunto amico del gruppo, Alex. Sempre nell’83 entra in piena guerra fredda con l’ispettore russo Renko in Gorky Park, protagonista di un’indagine ad alto rischio di spionaggio proprio nel cuore di Mosca.

Ancora un altro passo e a quattro anni dal primo film Hurt è già all’Oscar. Il detenuto omosessuale e pedofilo Luis, incarcerato tra le sbarre di una galera di un imprecisato paese latinoamericano assieme al rivoluzionario marxista Valentin (Raul Julia), protagonista de Il bacio della donna ragno, gli fa vincere la Palma d’Oro a Cannes come miglior attore e l’Oscar come protagonista maschile (di nomination, Hurt ne riceverà nella sua carriera altre quattro ndr). La regia di Hector Babenco mostra come Hurt fosse già attore a tutto tondo: centrale nell’industria hollywoodiana classica, ma anche pronto a sganciarsi in operazione più autoriali. Nel 1986 è di nuovo nell’olimpo di pubblico e critica per l’interpretazione di un’altra figura borderline come quella del professor Leeds in Figli di un dio minore. Film dove spicca l’interpretazione della sordomuta Marlee Matlin che vince un Oscar (il film vincerà anche l’Orso d’Oro a Berlino) e che sul set di questo film si innamora ricambiata di Hurt e con cui inizierà una travagliata storia d’amore tra abuso di droghe e atti di violenza fisica di lui conclusi con un mea culpa onesto di Hurt quasi vent’anni dopo di fronte alla confessione biografica della Matlin.

Difficile citare tutti i film interpretati d’ora in avanti da Hurt. Merita Dentro la notizia (1987), ma soprattutto Turista per caso dove interpreta un’altra figura struggente e dolente, straziata dal destino. Hurt è Macon, autore di guide turistiche, sconvolto dalla morte del figlio dodicenne, nel tira e molla emozionale post trauma con la moglie (ancora la Turner di Brivido Caldo) si accoccola per lenire le ferite dell’anima tra le braccia di Muriel (Geena Davis), proprietaria di una pensione per cani. Seguono Alice di Woody Allen (1990), Fino alla fine del mondo di Wenders nel 1991, poi ancora Smoke di Wayne Wang nel 1995 e un altro classicone come il Jane Eyre di Zeffirelli dove interpreta nientemeno che mister Rochester.

La bellezza della carriera di Hurt è che riesce a riformularsi continuamente in qualcosa di autenticamente germinale, senza mai eccedere in macchiettismo (The village di Shyamalan o in AI di Spielberg). Prova ne è un momento maiuscolo, quei dieci minuti in sottofinale di A history of violence di David Cronenberg (2005) dove riassume nel boss Richie, fratello nascosto del protagonista Viggo Mortensen, con una punta acidula di disincanto comico quel suo essere vagamente inetto, instabilmente diritto, irrimediabilmente star di pregio, seccato con un colpo in testa come un comprimario di passaggio. Hurt ha anche interpretato il fortunato e strampalato generale Thaddeus nell’Incredibile Hulk nel 2008 per poi riprendere lo stesso ruolo per il franchise cinecomic Marvel in Captain America: Civili War, Avengers: Infinity War, Avengers: Endgame e Black Widow. Hurt ebbe numerose e tormentate relazioni sentimentali, due mogli (la prima l’attrice Mary Beth Hurt con cui visse dal ’71 all’82), e quattro figli. Una figlia la ebbe con l’attrice francese Sandrine Bonnaire con cui rimase fidanzato per qualche tempo negli anni novanta.

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