E che ti aspettavi da Kenneth Branagh? Appunto, niente. Chi ne sa di cinema, talvolta può pure aiutare a distinguere il grano dal loglio prima di entrare in sala (a proposito: uno spettatore pagante, chi scrive). Non che Belfast sia un film inguardabile, per carità (è candidato a sette Oscar, ndr). La carineria del piccolo protagonista Buddy/Kenneth (Jude Hill), con il ciuffetto biondo risistemato (o ravvivato, come si dice tra acconciatori), gli incisivi buffi e irregolari, lo sguardo sulla luna e la sci-fi dell’epoca, ha la simpatia del ricattino morale ed emotivo, dimensione cesellata, quadratina, preordinata da Disney movie. Quindi, davvero, sparare sui bimbi croce rossa belli per copione è perfidia pura.

Peccato però che Branagh, oramai nell’olimpo registico del faccio di tutto io da primissima fascia hollywoodiana (da Thor a Cenerentola, passando per gli assassini su celebri fiumi e su note tratte ferroviarie), allontanatosi con un certo qual fastidio dallo “shakesperismo” degli albori, abbia semplicemente smarrito la bussola della creatività di regia. La comodità di lavorare su ricette preordinate, confezioni massificabili, vetrinette lucidate, è un po’ la modalità con cui non tanto Belfast è girato, quanto meccanicamente preparato come un bignamino del set che sarà. Parentesi (lunga): Belfast è il racconto autobiografico di Branagh bimbo in un angolo cieco di strada (l’avesse realizzato prima de L’Amica geniale avremmo detto che erano gli stessi studios utilizzati da Saverio Costanzo) della Belfast del 1969 dove improvvisamente scoppiano le rivolte tra lealisti protestanti, cattolici e polizia/esercito del Nord Irlanda (i cosiddetti troubles).

Non stiamo qui ad aprire la parentesi wikipedia sul tema storico, che se non lo conoscete già, davvero, bocciati a scuola voi e gli insegnanti che vi insegnano sempre e solo Giulio Cesare, e comunque Branagh sceneggiatore non vi aiuta per nulla. Insomma, la famiglia di Buddy è protestante, ma moderata (la non partecipazione del padre al lancio di pietre et similia gli costa l’ira dei leader terrorista dell’isolato), mentre la compagna di scuola che Buddy ama è cattolica. A Branagh però questo screzio centenario interessa qualcosa vicino al nulla. La contemporaneità percettiva nel cinema mainstream è oramai solo questione ottundente di buono contro cattivo, quindi il discrimine scintilla, il punto di rottura del racconto, si carica su un altro aspetto. Il papà (Jamie Dornan) carpentiere che fa avanti indietro nei cantieri londinesi per appianare parecchi debiti pregressi all’improvviso suggerisce a mamma (Caitriona Balfe, un ex modella da far mancare il fiato che tra quelle strette casupole sembra vagamente fuori contesto) di trasferirsi in una casetta più grande in Inghilterra. Solo che lì a due passi, casette su casette appiccicate l’una all’altra, Buddy ha il suo mondo e soprattutto i suoi nonni (Judi Dench e Ciaran Hinds – gente che recita come dio comanda).

Branagh imbastisce lo spazio dell’area casalinga dirimpettaia riducendolo a porzione stretta, chiusa, esiziale, quasi a voler instillare un’idea immediata di claustrofobia incombente che però dopo il violento incipit iniziale (tra bastonate, incendi e vetri rotti) evapora come neve al sole. Belfast diventa subito un tira e molla di situazioncine drammatico buffe (di qua: mamma e papà in crisi; di là: i piccoli furti nei negozietti, l’armonia sentimentale tra nonna e nonno), a cui si appiccicano in maniera esponenziale hit splendide di Van Morrison, si smanetta come sul telecomando della tv sulla luminosità di un inutilmente pomposo bianco e nero, e soprattutto dove si fa volteggiare temerariamente Buddy in versione Billy Elliott calciofila e superfantastica. Ogni volta, per provocare attrito, per spingere la storia in avanti, Branagh ha sempre bisogno di ri-cominciare la sequenza/sezione del racconto come se quello detto e visto prima non si fosse solidificato a dovere. I personaggi principali (di quelli secondari nemmeno una sottile sottotrama) hanno ricevuto in dono uno sviluppo così piatto del loro essere e agire, hanno guadagnato una mezza inquadratura bizzarramente sbilenca (tipo soggettiva del morto dalla fossa, aiuto!), che più che un film sembra di assistere ad un musical teatrale imploso dentro ad un microonde. Cosa vuole essere dunque questo Belfast? Questo cinema alto e commerciale che ha perso la dimensione sognatrice della spettacolarizzazione nel bicchier d’acqua di un biografismo à la page? Scosti il sorriso del fanciullo, i fuocherelli (fatui) degli scontri (ahi che dolor la coscienza della storia!), guardi dentro a Belfast e vedi il vuoto.

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