Il ginnasio frequentato a Conegliano, a Cremona, a Reggio Emilia, il liceo al Galvani di Bologna. Gli studi a Lettere, sempre a Bologna e l’incontro con Roberto Longhi, maestro “di silenzi, ironia, curiosità, eloquenza”. E nel frattempo gli esordi letterari e poetici, con entusiasmi e battaglie critiche. Pasolini a scuola-Formazione e impegno civile 1935-1954 di Francesco Aliberti e Roberto Villa (Compagnia editoriale Aliberti, 110 pp., 12,90 euro) racconta la “vita di scuola” dello scrittore, poeta e regista, una “dimensione fondante – sottolineano gli autori – che non conosce un chiaro confine fra la stagione dello studente e quella dell’insegnante”. Alle medie di Valvasone, in Friuli, nel Dopoguerra, con quel “continuo e sostanzioso divertimento” che è “l’essenza della pedagogia pasoliniana”. Infine Ciampino. “Ma l’afflato pedagogico resterà intatto: poiché, a conti fatti, risulta il segno distintivo della personalità stessa di Pasolini, la sua vera, prima e ultima vocazione”. Ilfattoquotidiano.it pubblica in esclusiva l’introduzione a questo volume di Francesco Aliberti.

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Questo piccolo libro che avete per le mani è un omaggio al Pasolini delle origini, degli anni che vanno dal 1935 al 1954, e al suo rapporto con la scuola, come studente e poi come insegnante: «Non c’è nulla di meglio al mondo della scuola», scriveva negli anni friulani in una lettera a Nico Naldini (Lettere 1940-1954). Già negli anni Quaranta nasceva e si formava la sua vocazione pedagogica, prima con la fondazione di una “scuoletta” per gli sfollati a Versuta, poi nella scuola media statale di Valvasone e infine nella scuola media privata Petrarca di Ciampino, tra il 1951 e 1955, quando era ancora agli esordi della carriera letteraria. Questa narrazione del Pasolini insegnante appassionato fa a pugni con il Pasolini dirompente descolarizzatore che tutti ricordano e che poche settimane prima della sua morte scriveva sul «Corriere della Sera» che le scuole andavano chiuse: «La scuola d’obbligo è una scuola di iniziazione alla qualità di vita piccolo borghese: vi si insegnano delle cose inutili, stupide, false, moralistiche, anche nei casi migliori […]».

In quegli anni friulani e poi a Ciampino, invece, per Pasolini fare l’insegnante era quello che davvero desiderava e che avrebbe voluto fare “da grande”, con entusiasmo e dedizione:

Io e Serra saremo professori e guadagneremo; avremo tutti e quattro una nostra personalità almeno quindici volte più sviluppata; pensate in due anni (o anche uno) quale sviluppo possono avere delle culture adolescenti come le nostre! Entreremo sempre di più nel vivo dei problemi della cultura italiana, sapremo vedere più chiaro e più profondo. […] Sopra una cosa vorrei, però, insistere particolarmente: la costanza […]. Dovremo pazientare e prepararci. Dovremo depurarci di ogni scoria di egoismo e ambizione personale (Lettere 1940-1954).

Che tipo di insegnante fosse Pasolini, in un’epoca e in un’Italia diversa da quella corrotta dal consumismo degli anni Sessanta e Settanta, ancora profondamente rurale, lo ricorda Andrea Zanzotto:

Si pensa a Pasolini nella scuola, alla sua passione didattica, alla sua puntigliosa e ardente volontà di applicare i “metodi attivi” […] quelli, per così dire, di Carleton Washburne e dell’onestà “deweyana”. Segnalando ai colleghi gli esperimenti di Pasolini, il preside Natale Zotti da cui egli dipendeva lo definiva “maestro mirabile” […]. Era quella che si diceva una vocazione pedagogica.

Pasolini era in quel periodo della sua vita letteralmente impregnato di scuola.

E non è un caso che gli scritti contenuti in questo volumetto furono fortemente voluti e curati – con il mio caloroso aiuto – da un uomo di scuola: Roberto Villa. Roberto era stato il mio professore di filosofia e poi preside del Liceo Moro di Reggio Emilia negli anni Novanta, certamente fra le scuole culturalmente più attive, non solo della regione. I testi che vi accingete a leggere corredavano il piccolo catalogo di una bella e allora inedita mostra documentaria tenuta a Reggio Emilia nel 1995: “Pier Paolo Pasolini. Formazione e impegno civile. 1935-1954”, curata da Villa stesso e da un altro valente insegnante di Lettere, Lorenzo Capitani. Il contributo nella ricerca delle fonti, dei documenti, delle fotografie e delle opere pittoriche fu di molti, dal Comune di Reggio Emilia a quello di Ciampino, fino alla Provincia di Pordenone, soprattutto del suo presidente di quegli anni, Sergio Chiarotto, altro pasoliniano “mirabile” e preside del Liceo classico e scientifico statale di Pordenone, che alla fine degli anni Ottanta aveva acquistato la casa dei Colussi a Casarsa.

Per quanto mi riguarda, ero stato aggregato al team degli organizzatori – fresco di una laurea con Ezio Raimondi su “Pasolini lettore di Longhi” – dal professor Villa, in qualità di assistente operativo. E non gli sarò mai grato abbastanza perché, nel pieno delle mie mansioni, c’era anche quella di messo e addetto al ritiro e al trasporto dei documenti: fra i quali il libretto universitario di Pier Paolo Pasolini conservato presso l’archivio dell’Alma Mater e nientemeno che la sua pagella al Liceo Galvani. Entrambi li portai in treno regionale da Bologna a Reggio Emilia, dove si stava allestendo la mostra. Vi lascio immaginare la felicità e l’emozione di quel trasporto e di quella consegna: mi sembrava di custodire un tesoro, anche perché in epoca pre-internet il libretto universitario di Pasolini e la sua pagella non si erano praticamente mai visti, erano degli inediti assoluti.

Infine, si deve a quella mostra la redazione di questo volumetto, che fino a oggi non è mai stato edito e che finalmente, dopo ventisette anni, viene – in occasione della nascita pasoliniana – pubblicato in questa edizione aggiornata arricchita dalle foto gentilmente messe a disposizione da Piero Colussi, presidente del Centro Studi Pasolini di Casarsa dal 2017 al 2020.

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