Dieci giorni fa sono stati stati presentati in conferenza stampa dal premier Mario Draghi e dalla ministra della Giustizia Marta Cartabia. Ma alla Commissione Giustizia della Camera, dove dovrebbero essere discussi, gli emendamenti del governo alla riforma del Csm e dell’ordinamento giudiziario non li ha ancora visti nessuno. L’inizio dell’esame era stato fissato per la seduta del 16 febbraio, ma il testo – riferivano dal ministero – era bloccato in Ragioneria generale dello Stato per la bollinatura. “Senza conoscerne bene il contenuto è prematuro decidere se occorre svolgere un ciclo di audizioni e fissare il temine per i subemendamenti (cioè le proposte di modifica parlamentare al testo del governo, ndr)”, spiegava il presidente della Commissione Mario Perantoni (M5S). “Ad oggi”, attaccava Enrico Costa di Azione, “la conoscenza dei parlamentari sul testo delle proposte del Governo è limitata alle parole che il premier e la ministra hanno pronunciato in conferenza stampa. Nessun testo, nessun dettaglio. Un modo di procedere a singhiozzo, fatto di consultazioni informali, testi in continua evoluzione, discussioni senza i documenti. Un modo di procedere poco serio che lascia il Parlamento in umiliante attesa di decisioni prese altrove”.

La “latitanza” del testo però è proseguita anche nelle sedute successive, quella del 17 e quella del 22 febbraio. In quest’ultima occasione uno dei due relatori del testo, Walter Verini (Pd), ha chiesto a Perantoni se ci fossero notizie sulla presentazione degli emendamenti – a quanto pare ancora fermi in Ragioneria – mentre altri deputati hanno incoraggiato il presidente a sollecitarli. “La Commissione è ferma in attesa dei testi del governo: non appena arriveranno saremo in grado di programmare i lavori”, ha ribadito lui una volta terminata la seduta. Il tempo però non è infinito, perché la riforma dovrebbe intervenire sul sistema elettorale dei membri togati del Csm in tempo per le prossime elezioni dell’organo di palazzo dei Marescialli, previste a luglio. Un’urgenza sottolineata più anche dal capo dello Stato Sergio Mattarella, da ultimo anche nel discorso alle Camere durante la cerimonia di reinsediamento. Il testo base a firma dell’ex ministro della Giustizia Alfonso Bonafede, peraltro, era stato approvato ad aprile 2021, mentre il 3 giugno erano stati depositati gli emendamenti parlamentari (più di quattrocento). Il Parlamento, quindi, è rimasto ingessato per otto mesi in attesa dell’iniziativa del governo, e lo stallo non si è ancora sbloccato.

Inoltre, sui contenuti approvati all’unanimità dal Consiglio dei ministri l’accordo dei partiti non è affatto blindato: Forza Italia, Lega e Movimento 5 Stelle insistono per un sistema elettorale basato sul sorteggio dei candidati, mentre il Pd vorrebbe ridimensionare la norma sulle “porte girevoli” che vieta il ritorno alle funzioni giudiziarie per i magistrati che assumono incarichi elettivi o di governo nazionale o locale. In conferenza stampa Draghi ha detto di non voler porre la fiducia sul testo, ma è probabile che i tempi strettissimi alla fine la imporranno come scelta obbligata.

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