A un anno e mezzo dalla scomparsa di Ennio Morricone (era il 6 luglio 2020), esce nelle sale Ennio: The Maestro. Si tratta di un documentario diretto da Giuseppe Tornatore, suo grande collaboratore e amico, che ripercorre la vita e le opere del leggendario compositore. In occasione dell’uscita della pellicola – il 29 e 30 gennaio in anteprima e poi dal 17 febbraio – uno dei figli del Maestro, Marco Morricone, ha raccontato a FQMagazine l’opera di Tornatore, vista con gli occhi di figlio prima che di utente. Non solo: il documentario è infatti anche un’indagine volta a svelare ciò che di Morricone si conosce poco e che anche un figlio può comprendere solo adesso, dopo una vita insieme.

Innanzitutto com’è nata e si è sviluppata l’idea di realizzare il documentario?
Il documentario è nato dalla proposta di Gianni Russo e Gabriele Costa, i produttori. Loro hanno chiesto a papà se voleva raccontarsi in un documentario. Allora lui si è alzato dalla sedia, si è allontanato, ha fatto una telefonata a Peppuccio (Giuseppe Tornatore, ndr) e poi ha detto di sì. Questo film – io preferisco chiamarlo così – mi ha raccontato un sacco di cose che non potevo capire. Mio padre è vissuto in una bolla, totalmente isolato. In qualche maniera ha rinunciato alla figura di padre, in cambio abbiamo questo testamento spirituale gigantesco che va sostenuto e protetto

L’opera è stata già presentata – fuori concorso – alla 78esima Mostra Internazionale del Cinema di Venezia con una strepitosa accoglienza: se lo aspettava e se sì, qual è stata l’emozione che è arrivata agli spettatori, quella magari espressa a caldo dopo i titoli di coda?
“Io non me l’aspettavo. Le dico una cosa: appena finito, gli spettatori come un marea umana si sono avvicinati a noi. La stessa cosa è accaduta a Bari (all’International Film Festival, nel settembre scorso, ndr). Eppure il mio volto, quello di mia moglie, non sono mica così conosciuti. Letteralmente una marea umana ci ha abbracciato virtualmente. Una reazione molto forte perché fino all’ultimo non sapevamo nulla di Venezia, perché il montaggio è stato molto complicato in quanto il film è stato girato a mozzichi e bocconi. Le basti pensare che il tempo di girato è 5 anni e mezzo.
Com’è stato vederlo per la prima volta per intero? Voi figli avete contribuito al film o avete lasciato carta bianca a Tornatore?
No, non abbiamo contribuito. Questo perché Tornatore era la persona giusta, colui che avrebbe potuto realizzare il film tirando fuori tante cose a papà che nelle modalità comunicative è sempre stato molto criptico.Lo stesso Tornatore ha parlato di una “profonda conoscenza” del carattere di Ennio Morricone come “uomo e artista”. Possiamo dire che probabilmente solo lui avrebbe potuto realizzarne un documentario, proprio perché lo conosceva profondamente? Qual è stato il rapporto tra loro due?
Il loro rapporto è stato in crescita, nato con Nuovo Cinema Paradiso (1988, ndr) quando papà non voleva farlo. Il fatto è questo: un regista non conosce le modalità comunicative della musica mentre il musicista conosce di più quelle della regia, se non altro perché essa utilizza le immagini. Poi papà lesse il copione e disse: ‘Lo faccio, lei che musica vuole?’. Allora Tornatore rispose: ‘No, decida lei’ e così nacque il loro rapporto, cresciuto nel tempo. È stata un’evoluzione costante, fino all’ultimo.
Oltre all’anteprima del 29 e 30 gennaio, il documentario poi uscirà al cinema dal 17 febbraio. Quanto è importante che un’opera di tale livello venga vista in una sala, buia, con le poltrone, il maxi-schermo, in quello che potremmo definire il ‘rito del cinema’, a cui non si può rinunciare?
L’opera è stata concepita esattamente per il cinema. Io mi sono comperato due biglietti per le date di gennaio per vedere la reazione della gente. Voglio ripeterlo: per me è un film. Ci sono tante testimonianze ma c’è un attore principale: mio padre.

Nel film sono presenti anche celebrità del calibro di Clint Eastwood, Quentin Tarantino, Oliver Stone ma anche Marco Bellocchio o Lina Wertmuller, scomparsa da poco: con chi, in particolar modo, il Maestro era più legato e perché?
“Papà era legato ad ognuno perché per ogni film in cui ha lavorato, è stato come un parto. Il film diventa come un figlio, o quasi. Ha avuto una partecipazione importante, un ruolo importante. Il denominatore comune tra tutte queste personalità? La libertà che loro hanno dato a papà. Senza fiducia e libertà, lui non avrebbe fatto nulla.
Qual è – secondo Lei – il messaggio cruciale del documentario? Quale lato del Maestro viene rivelato e/o approfondito in maniera inedita?
Il messaggio è: l’inizio e la fine. L’inizio quando si parla e si evince il suo rigore nella sua professione e nella vita. La fine invece si vede perché ci sono il dolore e la sofferenza di ogni nuova nascita, infatti conclude dicendo: “Io ho davanti un foglio bianco, e adesso cosa ci scrivo?”. La dicotomia fra le contraddizioni che accompagnano tutti certamente, nel suo caso tra il rigore la creatività. La sua vita era molto rigorosa ma in un lavoro fortemente creativo, una contraddizione in termini. Poi c’è il ruolo di mia madre (Maria Travia, 89 anni, ndr) fondamentale: la prima persona che ha ascoltato sempre il frutto del suo lavoro, come orecchio più raffinato degli altri ma comunque un orecchio imparziale.
Lo criticava?
Assolutamente sì. Eccome se lo criticavaA quale parte del film è più legato e perché?
Sono legato a tutto il documentario perché in qualche modo mi ha raccontato mio padre. Quando lo vidi la prima volta, uscito dalla sala, Peppuccio era lì, l’ho abbracciato e gli ho detto: “Ti ringrazio per aver insegnato anche qualcosa a me perché io come figlio tante cose non le ho mai potute percepire”. È un ringraziamento che gli dovevo e gli devo ancora. Poi io non sono legato ai commenti degli altri, neanche lui lo era. Al di là delle persone, certo: dico Nicola Piovani, i Fratelli Taviani e potrei andare oltre. Io sono più legato alle parole di mio padre, al suo percorso. Per certe cose mi sono domandato se sia stato casuale, se io sono stato figlio di una sua mania o di un percorso razionale. Peppuccio ha risposto a questa mia domanda: “È stato il frutto della sua curiosità”. Forse sono affascinato dalla prima parte di più perché è lui che parla, c’è un coinvolgimento emotivo. Io sono un figlio, ho perso mio padre un anno e mezzo fa e non posso dimenticarlo. Personalmente questo è un lavoro bellissimo però ecco, io vivo una contraddizione: rapporto figlio-padre e poi da utente di un’opera. Un lavoro assolutamente splendido, fatto di fatica e tanta passione. Ripeto: ci sono voluti 5 anni e mezzo per girarlo, quindi è stata una cosa lunga. Io ricordo le telecamere a casa di papà. Ma lui voleva che si facesse, assolutamente. Per mio padre Giuseppe era un altro figliuolo, in ambito professionale.Un momento di silenzio.
Posso dirle una cosa? Ci tengo molto, mi lego alla sua domanda sul messaggio che vuole trasmettere il film. Per me, il film, è una risposta a chi dice: “Io faccio musica senza sapere una nota” e si improvvisano. Li chiamano musicisti, poi non sanno distinguere un Do dal Si. La musica è una cosa seria. Non voglio essere presuntuoso ma questo lavoro va visto per capire cosa vuol dire essere musicista. Io, in 60 anni, non ho mai capito niente e tante cose le ho capite solo ora. Tante altre le capirò in seguito, vedendolo più volte. Papà ha sempre detto: “Studiate”, lui odiava i dilettanti. Studiare vuol dire: il conservatorio, il solfeggio, 12 ore al giorno. Lo studio per lui è sempre stato fondamentale, non basta crearsi un personaggio, un look. Oggi siamo una società che brucia tutto, invece resistere nel tempo è una vera chiave di capacità, ho trasmesso questi messaggi anche alle mie figlie. Io ricordo i concerti di papà, con giovani e adulti ad ascoltarlo. Lui era trasversale, questa è stata una delle chiavi del suo successo.

Sostieni ilfattoquotidiano.it ABBIAMO DAVVERO BISOGNO
DEL TUO AIUTO.

Per noi gli unici padroni sono i lettori.
Ma chi ci segue deve contribuire perché noi, come tutti, non lavoriamo gratis. Diventa anche tu Sostenitore. CLICCA QUI
Grazie Peter Gomez

Sostieni adesso Pagamenti disponibili
Articolo Precedente

Let’s kiss – Franco Grillini storia di una rivoluzione gentile, nelle sale dal 31 gennaio il documentario di Filippo Vendemmiati

next
Articolo Successivo

Encanto è un grande capolavoro. E un punto di svolta per la Disney

next