L’Unione europea sarà pure indecisa sul futuro del nucleare, tanto da rinviare al prossimo 18 gennaio la decisione sull’inclusione dell’energia dell’atomo e del gas nella tassonomia verde, ma la Germania no. E va dritta per la sua strada, contro mezza Europa che parla di scelte scellerate (mentre l’altra metà è con Berlino). Durante la notte di Capodanno verranno scollegate dalla rete elettrica tre delle sei centrali del Paese, quelle più obsolete. Si tratta degli impianti di Gundremmingen, in Baviera, Grohnde in Bassa Sassonia e Brokdorf (Schleswig-Holstein). Ed è così, come ricorda Il Manifesto, che si mantiene la promessa fatta dieci anni fa da Angela Merkel (dopo il disastro di Fukushima) su pressione del movimento antinuclearista e confermata nel patto di governo di Socialdemocratici, Verdi e Liberali della Fdp, la cosiddetta coalizione semaforo. Un evento anche simbolico, dunque, quello di Capodanno, che non dovrebbe comportare rischi di black-out, grazie all’energia delle rinnovabili.

Il phase out programmato da Berlino – Nel giro dei successivi dodici mesi verranno chiuse definitivamente anche le altre tre centrali, arrivando al completo phase out dal nucleare. Si tratta di Emsland, Neckarwestheim e Isar-2. Lo smantellamento dei reattori, però, durerà almeno vent’anni. E parliamo del decommissioning, non certo del problema delle scorie che, come spiegato a Ilfattoquotidiano.it da Angelo Tartaglia, ingegnere nucleare e professore emerito di Fisica presso il Dipartimento di Scienza Applicata e Tecnologia del Politecnico di Torino “al momento non ha soluzione. In pratica resteranno radioattive per centinaia, migliaia di anni e dovranno essere stoccate in un deposito.

Il problema (infinito e irrisolto) delle scorie – Sarà l’Endlager. Una decisione finale sul sito di deposito delle scorie radioattive in realtà ancora non c’è. Nel 2017, infatti, gli esperti dell’Agenzia federale per lo smaltimento dei rifiuti atomici (Bge) avevano escluso la possibilità che quel deposito potesse essere la miniera di sale di Gorleben, in Bassa Sassonia, dove sinora sono sempre state stoccate le scorie radioattive tedesche. Un po’ come avvenuto anche in Italia con la Cnapi, seppur con le dovute differenze. a settembre 2020. La Bge ha poi consegnato all’allora cancelliera Merkel la ‘Relazione intermedia sulle aree possibili’, un elenco di 90 zone potenzialmente idonee a ospitare il deposito. I siti selezionati devono garantire per un milione di anni la tenuta stagna di circa 2mila bidoni di materiale radioattivo, 28mila metri cubi di scorie. Ed è lì che finiranno anche le 89mila tonnellate di rifiuti radioattivi prodotti nella sola centrale di Gundremmingen dagli anni Sessanta. Dove, però, come racconta Il Manifesto, ad oggi il problema dei posti di lavoro non si è fatto sentire, dato che, a inizio dicembre, ai 500 dipendenti dell’impianto sono stati affiancati sette nuovi apprendisti, mentre per lo smantellamento del reattore sarà necessario un numero indefinito di tecnici e operai. Nel frattempo i sindacati stanno facendo pressione affinché le imprese addette alla sicurezza degli impianti mantengano gli impegni contrattuali con i vigilantes.

Le ragioni della scelta tedesca – Le polemiche non mancano e secondo molti, in Europa, la Germania sta facendo una scelta a dir poco azzardata. Fa riflettere, però, in questo contesto, quanto dichiarato al quotidiano La Stampa da Nikolaus Valerius, direttore tecnico della tedesca Rwe Power Nuclear. Il gruppo Rwe (che gestisce impianti di carbone, ma investe sempre più in rinnovabili e gas) sta accompagnando Berlino nel programma di phase out dal nucleare. Secondo il manager quello dell’energia dell’atomo “è un business economicamente morto” per una serie di ragioni. Oltre al problema delle scorie, c’è quello dei tempi in cui si potrebbero trovare delle soluzioni al problema del cambiamento climatico che incombe. Poi c’è quello dei costi, dato che sono gli Stati a doverli sostenere (“non ci sono copiosi investimenti privati in questa energia”). Non solo quelli iniziali e di smaltimento per cui, secondo Valerius, servono “tra 500 milioni e un miliardo di euro e da 10 a 15 anni”. Citando una simulazione fatta nel Regno Unito, spiega che in una centrale nucleare si può produrre un Megawatt/ora di elettricità ad un costo che varia tra i 90 e i 100 euro, il doppio rispetto ai 45-50 euro dei parchi eolici offshore.

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