“Includere il nucleare nella Tassonomia verde dell’Ue è un suicidio“. La decisione ufficiale della Commissione Ue è attesa entro la metà di gennaio, anche se è stato già anticipato che si includerà l’energia atomica. Per Angelo Tartaglia, ingegnere nucleare e professore emerito di Fisica presso il Dipartimento di Scienza Applicata e Tecnologia del Politecnico di Torino, quella dell’atomo non è energia “pulita e sicura”, come dicono i sostenitori della ‘quarta generazione’. E neppure è “inesauribile”. Intervistato da ilfattoquotidiano.it spiega: “Al momento non c’è soluzione al problema delle scorie, i costi sono altissimi, la sicurezza è un’illusione”. E i minireattori di cui parla il ministro della Transizione energetica? “Non si capisce se Roberto Cingolani fa lo scienziato o il paladino di un modello di economia. Questi nuovi minireattori sarebbero da fare, non ci sono. La quarta generazione di nucleare non c’è. Abbiamo un’emergenza climatica che ci chiede di dimezzare le emissioni di Co2 entro dieci anni. Non so come il nucleare possa rappresentare uno strumento utile, se richiede decenni per sviluppare le nuove tipologie”.

Rispetto ai primi prototipi costruiti tra gli anni ’40 e ’50, a quelli di seconda (fino agli anni ’80) e terza generazione, però, ci dicono che da quelli di quarta generazione potremmo ricavare energia ‘pulita e sicura’.
“L’energia nucleare non emette Co2, ma non si può definire ‘pulita’, perché ha impatti negativi sull’ambiente circostante. Le centrali oggi in funzione sfruttano solo energia liberata nelle reazioni di fissione. Nonostante ci siano diversi esperimenti in corso, infatti, non esistono ancora reattori a fusione che riescano a liberare più energia di quanta non ne assorbano. Ma i reattori a fissione, di qualunque generazione e dimensione, si basano su una reazione che produce dei frammenti di fissione, isotopi di elementi chimici più leggeri dell’uranio da cui si era partiti e che sono instabili, radioattivi. Immaginiamo il nucleo di un atomo di un elemento pesante (uranio, torio, plutonio) come un petardo carico al quale basta un colpetto perché scoppi. Il colpetto lo dà un neutrone. Scoppiando, si producono delle schegge che interagiscono con quello che c’è intorno e la loro energia si trasforma in calore utilizzato, come in una centrale termica, per produrre vapore ed energia elettrica”.

E cosa bisogna fare con le scorie radioattive?
“Possiamo solo metterle da qualche parte, ma il problema è capire dove e per quanto tempo visto che sono nocive alla biosfera e, in particolare, agli esseri umani. Trovato un sito, non si può avere la certezza che, nelle prossime centinaia o migliaia di anni, non arrivi l’acqua che scioglie le cose e le porta in giro o che nessuno vada a metterci il naso. Soluzioni definitive non sono mai state trovate: la maggior parte delle scorie prodotte finora nel mondo si trova in depositi temporanei. Anche se i reattori funzionassero alla perfezione, avremmo un vantaggio per qualche decennio, lasciando un’eredità per secoli o millenni alle future generazioni. È demenziale, significa ammazzare il futuro con il presente”.

Dopo l’incidente di Three Mile Island, in Pennsylvania, del ’79 e il disastro di Chernobyl, puntano a una maggiore sicurezza i reattori di terza generazione e, con il nuovo millennio, di terza generazione plus, che prevedono un sistema di spegnimento passivo in caso di emergenza.
“Non esistono macchine sicure o che non si guastano mai. A Chernobyl non è che il reattore non ha funzionato bene, ma hanno condotto un esperimento non previsto, pensando di controllare a mano quello che succedeva. Chi è in grado di progettare un reattore a prova di imbecille? Nessuno. Chi può progettare una macchina che non si guasta mai? Nessuno. Sento parlare di una probabilità di incidente su centomila. Non è corretto, come dimostrano anche Chernobyl, Fukushima, Three Mile Island e Windscale, in Inghilterra e la scala del danno, in caso di incidente, è molto al di sopra delle dimensioni del reattore. Sono considerati ‘sicuri’ quelli che tendono a spegnersi da sé e contengono il danno al loro interno, ma non si risolve il problema del reattore che resta lì, come monumento alla stupidità umana. A Three Mile Island il reattore è stato smantellato, ci sono voluti oltre vent’anni per decidere cosa fare e i residui sono in uno dei depositi provvisori utilizzati per le scorie. Per i posteri. La distinzione per generazione è più una narrazione. I reattori si differenziano a seconda del materiale fissile che viene posto nel nocciolo (il combustibile, ndr), del moderatore (acqua, acqua pesante e grafite) che rallenta la velocità dei neutroni, aumentando le probabilità di produrre una reazione a catena o del refrigerante che raccoglie il calore prodotto. A gas, ad acqua leggera, pesante, in ebollizione, in pressione, a metalli liquidi (sodio o piombo) o a sali fusi.

Non chiamiamoli, allora, di terza generazione plus, ma a che punto sono i cantieri dei nuovi reattori in costruzione in Europa?
“Faccio due esempi di reattori nucleari ad acqua pressurizzata. Quello francese di Flamanville doveva essere pronto da 6 anni e ora si dice che entrerà in funzione nel 2022. Doveva costare 4 miliardi, lievitati fino a 19. In Finlandia, a Olkiluoto, un altro reattore doveva entrare in funzione nel 2009 e ora si parla del 2022. Durate di costruzione indefinite e costi lievitati sono caratteristiche anche delle ultime generazioni”.

I sostenitori del nucleare, però, ricordano tutti gli altri reattori costruiti operativi in giro per il mondo.
“Sono 440 i reattori nucleari nel mondo (in una trentina di Paesi, circa 100 negli Usa, 56 in Francia e un’altra cinquantina in Giappone, ndr) e c’è di tutto. Tuttora sono operativi diversi reattori definiti di seconda generazione, perché la dismissione è un problema serio, logistico ed economico. Si cerca di farli durare più a lungo, anche perché l’evoluzione della tecnologia consente di utilizzarli, sfruttando meglio il combustibile (prima la quota utilizzata variava da un 3 a un 5%, il resto erano scorie, mentre per il futuro si parla di un ribaltamento delle percentuali, ndr) e rendendo l’involucro più resistente a temperature, pressioni e flussi di radiazioni che provengono dal nocciolo. La maggior parte dei reattori, però, è stata costruita tra gli anni ’80 e ’90 ed è ad acqua in pressione (secondo l’Agenzia internazionale per l’energia atomica sono quasi 300 i reattori di tipo Pwr, ndr). Questi reattori hanno bisogno di uranio arricchito. Quelli che si vogliono costruire in Francia e Finlandia sono di questo tipo, ma si vorrebbe migliorarne efficienza, sicurezza, durata utile e gestione delle scorie. Dunque sì, ci sono molti reattori che funzionano, bisogna capire a che prezzo”.

La quarta generazione non sarà pronta prima di dieci anni: l’acqua viene sostituita come refrigerante da fluidi che consentono di lavorare a temperature più alte e pressioni più basse. Si studiano reattori refrigerati a elio, a sali fusi, a metalli liquidi (sodio e piombo) che puntano a riciclare le scorie per produrre combustibile. E c’è molto interesse per i reattori a neutroni ‘veloci’ che dovrebbero bruciare le scorie.
“La principale caratteristica dei reattori di quarta generazione è quella di non esistere. Si tratta di progetti, di varie tipologie, in cui si penserebbe di mettere in atto determinati accorgimenti per renderli più sicuri. Ma sempre di fissione si parla, nessuno dei problemi di cui abbiamo parlato scompare, oltre al fatto che i reattori veloci hanno più problemi di controllo e sicurezza”.

Cingolani ha spesso citato gli Small Modular Reactors sotto i 300 megawatt (contro i 1600 di una centrale) già utilizzati nei sommergibili. Alcuni sono operativi e ci sono i nuovi progetti un po’ ovunque. Più compatti, potrebbero essere fabbricati in serie, abbattendo i costi e utilizzando combustibili che durano di più e riducono le scorie. I modelli del futuro sarebbero reattori veloci, raffreddati a elio o a sali fusi.
“Immaginiamo una rete di piccoli reattori che serve a coprire i fabbisogni di energia dell’Italia. Servono un centro di produzione del combustibile e impianti per arricchire l’uranio, per i reattori oggi economicamente più facili da realizzare. Se si utilizzasse l’uranio naturale, invece, occorrerebbero più acqua pesante e impianti per ricavarla dal mare, mentre l’uranio (che non è una risorsa illimitata) va tirato fuori dalle miniere. E bisognerebbe conoscere le condizioni di lavoro nei luoghi dove si estrae questo materiale debolmente radioattivo, magari anche sfruttando i bambini. Un’alternativa è il torio, altro isotopo radioattivo naturale, ma che richiede reattori veloci più difficili da controllare. E poi c’è il plutonio che, però, serve a fare le bombe. Andrebbe poi attivata una rete di trasporti di sostanze radioattive per portare le barre di combustibile al reattore e quello esaurito nei centri dove possa essere riprocessato (a meno che non resti in tanti piccoli depositi, vicino a tante piccole centrali) per poi riportarlo indietro. Solo che anche le reti di trasporto si guastano e sono a rischio di incidenti. Immaginiamo un incidente durante il trasporto di scorie nucleari. Follia”.

L’altra ‘speranza’ è nella fusione. Ci sono diversi progetti portati avanti nel mondo. Il più grande si chiama Iter. La costruzione del reattore è in corso a Cadarache, in Francia, ma partecipano Ue, Usa, Russia, Cina, Giappone, India e Corea del Sud.
“Al contrario della fissione, la fusione avviene tra gli elementi più leggeri e compatti della tavola periodica. Due isotopi dell’idrogeno, deuterio e trizio, si possono avvicinare tra loro, ma i nuclei degli atomi carichi elettricamente non ne vogliono sapere di accostarsi. Con ‘la forza’ posso far scattare un meccanismo fisico: gli isotopi perdono gli elettroni e si fondono nel plasma, che va portato a temperature di decine di milioni di gradi contenendolo in campi magnetici. Alla fine, come dicevamo, l’energia liberata è minore di quella assorbita. Sono favorevole alla ricerca per capire come controllare il plasma, ma non a sottrarre fondi ad ambiti più utili, né a vendere la fusione come soluzione operativa al problema, alimentando l’illusione di una sorgente di energia infinita e pulita. Anche se si trovasse il modo di produrre più energia rispetto a quella assorbita, la reazione è basata su deuterio (in natura c’è all’incirca un atomo di deuterio ogni 6400 di idrogeno, ndr) e trizio, che in natura non c’è anche se lo si trova in tracce, è instabile e decade in pochi anni. Per far funzionare una machina a fusione, servirebbe una filiera di produzione. Un modo per ottenerlo è quello di spezzare il nucleo di un isotopo di un elemento un po’ più pesante, il litio, che si scinde in un nucleo di elio e in uno di trizio”.

Una fissione per ottenere trizio, che poi servirebbe (insieme al deuterio) nella fusione.
“È patologico. Il litio è molto meno abbondante del deuterio e viene utilizzato per diversi scopi (dalle batterie delle auto elettriche a quelle degli smartphone, ndr). E le condizioni delle miniere di litio, non sono molto diverse da quelle di uranio. Una volta avvenuta la fusione, poi, si emettono anche i neutroni, assorbiti da quello che c’è nella macchina. Anche per questi materiali radioattivi si creerebbe il problema dello smantellamento e del deposito, da lasciare a chi verrà dopo di noi. Basta non mettere in discussione i meccanismi alla base dell’economia, che spingono i governi a trattare l’energia come una merce che si compra e si vende. E siccome ce n’è una gran fame, conviene produrla comunque. Ma l’energia è una risorsa vitale e va utilizzata a partire da fonti di lunga durata, sole, maree, eolico, geotermia. Bisogna puntare su stabilizzazione dei volumi di energia e riduzione dei consumi, perché qualunque altra mitica soluzione porta a esaurire il serbatoio del pianeta con impatti sulle condizioni di vita dell’intera umanità e delle generazioni future”.

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